Il futuro della Russia
da un voto presidenziale
che appare scontato

di Giuseppe M. Petrone


Le elezioni legislative del 2 dicembre scorso hanno assegnato una netta maggioranza (315 seggi su 450) al partito Russia Unita di Vladimir Putin. Ma sarà un'ancora più scontata corsa a quattro il voto presidenziale russo del 2 marzo. Putin - la Costituzione gli impedisce un terzo mandato - ha designato il vice premier Dmitri Medvedev come candidato alla sua successione al Cremlino e otterrà in cambio la nomina a premier. È una mezza staffetta:  infatti, contribuisce all'annunciato plebiscito la corsa in tandem, un po' alla statunitense, della coppia presidente-premier. Gli altri tre candidati sono il comunista Ghennadi Ziuganov (corre per la terza volta dopo il ballottaggio nel 1996 contro Boris Yeltsin e la sfida a Vladimir Putin nel 2000), il leader del partito liberaldemocratico, Vladimir Zhirinovskij, e Andrei Bogdanov.
Sono chiamati alle urne per le presidenziali 108.709.420 elettori in 96.277 seggi, di cui 364 all'estero.
Nonostante indici più che rassicuranti sull'esito del voto, il Cremlino ha rafforzato la stretta sui mezzi a larga diffusione, come le televisioni, e ha fatto in modo che la strada fosse sbarrata per gli oppositori:  l'ex premier liberale Mikhail Kasyanov si è visto respingere, per un eccesso di firme non valide, la candidatura dalla Commissione centrale elettorale e dalla Corte Suprema. Il dissidente Vladimir Bukovski è stato bocciato dalla Corte Costituzionale in quanto detentore di una doppia nazionalità. Boris Nemtsov, leader della formazione Unione delle forze di destra ha annunciato il boicottaggio e ha invitato i concittadini a fare altrettanto.
Anche il partito riformatore di opposizione Yabloko ha invitato i propri elettori a boicottare le elezioni presidenziali definendole "un'imitazione delle procedure democratiche". Come per le precedenti consultazioni legislative del 2 dicembre, l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa ha cancellato la sua missione di monitoraggio per protestare contro le limitazioni da parte di Mosca sul numero e sui tempi di arrivo degli osservatori.
Meno tasse, meno Stato, ma anche più welfare, più libertà nei media e indipendenza della magistratura:  ha un carattere assai liberale il programma presentato da Medvedev che lo vedono largamente favorito come successore del suo mentore, e futuro premier, Vladimir Putin, il quale nell'ultima conferenza stampa annuale da presidente (14 febbraio) ha lasciato intendere che il suo futuro rapporto con Medvedev sarà quantomeno alla pari. "Il presidente è il garante della Costituzione, definisce le grandi priorità, ma il potere Esecutivo supremo sono il Governo e il premier". Immediata e velatamente polemica la risposta di Medvedev a Putin:  il candidato si è espresso a favore di un regime presidenziale forte, bocciando l'ipotesi di una Repubblica parlamentare con cui la Russia a suo avviso scomparirebbe.
Il tramonto e la rinascita di una grande potenza. Il Cremlino ha cercato di mantenere, soprattutto davanti all'opinione pubblica nazionale, l'immagine della Russia come potenza in grado di pesare sullo scacchiere mondiale. Il regime comunista sovietico nei suoi 74 anni di dittatura (1917-1991) è stato una tragica esperienza di sistema totalitario. Con il ritorno alla libertà, lo Stato russo moderno (ha poco più di 16 anni) è stato spesso criticato dai Governi occidentali per la mancanza di pluralismo politico e la repressione delle manifestazioni dell'opposizione. Ma il Cremlino che coltiva la nozione di "democrazia sovrana" ha respinto le critiche accusando i Paesi dell'Occidente di ingerenza nei suoi affari interni.
La povertà in Unione Sovietica c'è sempre stata, ma a fronte di un'economia in espansione in Russia esistono ancora decine di milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà. Il caro petrolio ha portato nelle casse statali russe un surplus finito in un fondo di stabilizzazione che è valutato intorno ai 158 milioni di dollari, e ha consentito alla Russia di saldare tutto il debito ex sovietico nei confronti del Club di Parigi.
Le grandi compagnie russe, molte delle quali oramai quotate nelle Borse internazionali e alcune, come il monopolista del gas Gazprom, il cui presidente è il candidato Medvedev, ai vertici delle liste dei giganti economici del pianeta, hanno avviato negli ultimi anni un'aggressiva campagna di investimenti all'estero, suscitando qualche inquietudine in Occidente.
Nonostante le divergenze sul Kosovo, sull'allargamento a est della Nato, sul progetto statunitense di difesa antimissile in Europa orientale, Russia e Stati Uniti non possono che collaborare. Per Medvedev la cooperazione è inevitabile.



(©L'Osservatore Romano 29 febbraio 2008)
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