Alla famiglia
un Nobel per l'economia

di Ettore Gotti Tedeschi


La famiglia meriterebbe un Nobel per l'economia. Magari insieme al cristianesimo, per il valore che nei secoli ha attribuito a questo indispensabile nucleo sociale. I danni arrecati a una società in cui la famiglia non viene sostenuta in modo adeguato sono evidenti:  si scivola inevitabilmente verso la confusione e verso quella deresponsabilizzazione personale che è frutto della mancanza di aspirazioni e valori condivisi. Se non si promuove la famiglia si genera però anche disorganizzazione e impoverimento sociale.
Il valore economico della famiglia nasce proprio dallo stimolo, dall'impegno e da azioni responsabili finalizzate al sostegno e alla crescita della famiglia stessa; ma anche mirate al risparmio, all'investimento e alla creazione di ricchezza. Inoltre, all'interno della famiglia esistono sani stimoli competitivi - soprattutto nell'educazione dei figli - che in prospettiva diventano a loro volta motore di produzione di ricchezza per la società:  enorme è l'investimento che una famiglia compie nella sua opera di formazione, di cui poi beneficia l'intera società. La famiglia tende inoltre ad assorbire al suo interno i problemi sociali ed economici dei suoi componenti. E anche questo ruolo sussidiario è di grande rilevanza se valutato in termini sociali. La famiglia tende poi ad assistere e proteggere, nei limiti ragionevolmente possibili, i suoi malati e i suoi anziani, che altrimenti graverebbero totalmente sulla società.
Che valore ha dunque per la società questo ruolo della famiglia? Essa si fa carico di almeno tre aree di welfare, creando crescita, ricchezza e limitando i costi dello Stato assistenziale, tre aree che di fatto sono date in outsourcing alla famiglia e che dovrebbero essere compensate con una specie di devolution, o almeno essere considerate unità no profit ed essere fiscalmente esenti. Inoltre, la famiglia, dal punto di vista puramente economico, ha ben tre anime:  è investitrice, perché investe in capitale umano sviluppando l'intero sistema sociale ed economico; è risparmiatrice perché realizza la formazione di questo capitale umano, rappresentando così un risparmio per la società stessa; è redistributrice di reddito al suo interno, secondo dinamiche che solo la famiglia stessa ha diritto di stabilire.
Essa svolge quindi un'attività di autoproduzione, per le attività svolte al suo interno, e di superproduzione, per quelle rivolte all'esterno. Questa attitudine provoca quel ciclo virtuoso (e misconosciuto) della famiglia che è il vero centro produttivo di ricchezza della società. È un ruolo che dovrebbe essere incentivato con criteri meritocratici:  per esempio, con bonus in funzione del numero dei figli e dei loro tempi di accesso all'istruzione e al mondo del lavoro. Se invece la famiglia è ignorata - quando non è derisa e svalutata - questo atteggiamento crea effetti profondamente negativi.
Si pensi solo ai risultati del crollo della natalità iniziato negli anni Settanta del secolo scorso e che in parte è legato a teorie neomalthusiane volte a frenare la crescita della popolazione. In pochi anni il tasso di natalità dei Paesi ricchi è sceso dal 7 per cento annuo all'1,5 per cento, mentre quelli poveri, all'oscuro di queste teorie, hanno continuato a fare figli. Con il risultato che oggi - a causa dell'impatto negativo del crollo delle nascite (con minore risparmio accumulato, minore ricchezza finanziaria disponibile, minori tasse pagate, deficit e spesa pubblica maggiori) - i Paesi ricchi sono costretti a "importare" cittadini.
Dove poi, in seguito, si sono finalmente destinati fondi per la famiglia si è riusciti a fare crescere il tasso di natalità in modo correlato al sostegno pubblico. Per esempio, la Francia ha stanziato il 2,5 per cento del prodotto interno lordo (pil), giungendo a un tasso di natalità del 2 per cento. La Germania ha stanziato il 3,2 per cento, i Paesi scandinavi il 4. L'Italia, invece, ha stanziato fondi per  la  famiglia  pari  all'1  per  cento del pil.
Prima di chiedersi se i Paesi che offrono poco sostegno alla famiglia non credano in essa, bisognerebbe piuttosto chiedersi se credano allo sviluppo e alla crescita di ricchezza dovuti proprio alla famiglia (che tra l'altro crea un benessere non solo economico). E, se fosse possibile, bisognerebbe quotare in Borsa la famiglia:  perché genera un valore economico sostenibile, che crea ricchezza per la collettività. Senza bisogno di miracoli.



(©L'Osservatore Romano 21 maggio 2008)
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