Aborto e società

di Lucetta Scaraffia

La legge 194, che regola l'interruzione di gravidanza in Italia, compie trent'anni, fra polemiche che ricordano, per molti versi, quelle che hanno preceduto e seguito la sua approvazione. Con questa legge l'Italia si allineò agli altri Paesi occidentali che - a cominciare nel 1967 dalla Gran Bretagna, seguita dagli Stati Uniti nel 1970, dalla Germania nel 1974, dalla Francia nel 1975 - avevano legalizzato l'interruzione di gravidanza entro i primi novanta giorni.
Si chiudeva così un ciclo legislativo aperto dalla Rivoluzione francese, che aveva introdotto - prima in Francia, poi nei Paesi occupati - una severa legislazione per punire l'aborto sulla base di una concezione molto larga dei diritti dell'uomo:  anche il feto, infatti, veniva considerato un "cittadino". Ma questo atteggiamento contrario all'aborto non era certo motivato da ragioni umanitarie, o dal rispetto della dignità del concepito:  la ragione di fondo era la nascita del nuovo Stato nazionale, dove le tasse venivano pagate individualmente, e non più per nuclei familiari, e dove gli eserciti erano formati attraverso la coscrizione obbligatoria.
Questi interessi - ribaditi dopo la grande strage della prima guerra mondiale, che aveva spinto molti Paesi europei a irrigidire le normative che proibivano l'aborto - vengono meno nel secondo dopoguerra:  la progressiva meccanizzazione delle forze armate, che sostituiscono i soldati con armamenti sempre più sofisticati, e le innovazioni tecnologiche del lavoro industriale, che diminuiscono la necessità di manodopera, rendono i Governi occidentali più disponibili ad accettare le richieste libertarie delle femministe e dei gruppi più radicali. Mentre gli Stati - come si è visto - cambiano del tutto la loro posizione giuridica nei confronti dell'aborto spinti dalla trasformazione delle esigenze demografiche, la Chiesa cattolica non ha invece mai mutato la sua condanna verso l'interruzione della vita umana, temperata però dalla misericordia nei confronti di questa tragedia umana e verso tutti coloro che soffrono e si pentono per l'atto compiuto.
I progressi medici realizzati negli ultimi trent'anni, soprattutto riguardo alla possibilità di individuare malattie o malformazioni nel feto, hanno cambiato profondamente l'applicazione della legge 194, con il risultato di trasformare nei fatti l'aborto terapeutico in una prassi di selezione eugenetica. È quindi opportuno far sì che questa legge non si allontani dal suo scopo dichiarato di tutelare la maternità e prevenire la tragedia dell'aborto; e soprattutto è necessario - come ha sottolineato Benedetto xvi lo scorso 12 maggio - riflettere sugli effetti che essa ha portato nella coscienza morale del Paese.
La liberalizzazione dell'aborto è storicamente legata all'instaurarsi di due nefasti sistemi totalitari come quello sovietico prima e quello nazista poi. Questa evidenza mostra - come scrisse Romano Guardini nel 1947, quando per la prima volta fu presentata al nuovo Parlamento tedesco una legge sull'interruzione volontaria della gravidanza - che "ogni violazione della persona, specialmente quando s'effettua sotto l'egida della legge, prepara lo Stato totalitario". Per il filosofo e teologo la questione dell'aborto è centrale per ogni società e la qualifica, perché appunto "riguarda l'intero rapporto del singolo con la società, investendo il carattere fondamentale dell'esistenza umana". Secondo Guardini, infatti, la moderna "concezione dell'uomo quale unico responsabile e padrone della propria esistenza" contrasta con "il senso prima vivissimo della fondamentale intangibilità della vita umana".


(©L'Osservatore Romano 22 maggio 2008)
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