Autorità e obbedienza nella vita consacrata

Il potere è servizio

di Fabio Ciardi
Teologo, Oblato di Maria Immacolata


Un documento per un piccolo gruppo all'interno della Chiesa. Quindi dall'interesse alquanto limitato. Così ai più può apparire l'Istruzione emanata dal dicastero della Vita Consacrata e delle Società di Vita Apostolica con il titolo "Il servizio dell'autorità e l'obbedienza". L'incipit è tuttavia accattivante:  "Il tuo volto, Signore, io cerco". È vero che esso - "quaerere Deum" - ha una forte risonanza monastica:  richiama la fuga nel deserto, la ricerca della solitudine e del silenzio, la concentrazione sull'unico necessario, l'anelito al Cielo. Ma il "quaerere Deum" non è più, se mai lo fosse stato, appannaggio esclusivo di una categoria di cristiani. L'urgenza della "universale vocazione alla santità" accende in tutti il desiderio di una sincera e tenace ricerca di Dio anche se nel vortice della vita quotidiana, anzi esso si fa ancora più acuto proprio per chi si trova immerso nel lavoro, nella politica, nella vita familiare. È una ricerca, come nota il documento in apertura, avvertita non soltanto dalle persone "religiose" ma da "ogni creatura umana in cerca di verità e felicità", anche se forse in maniera implicita e confusa.
La ricerca di Dio coincide con la ricerca del suo disegno sulla creazione, sulla società umana, su ogni singola persona. Come Egli ci ha pensati? Cosa aspetta da noi? In una parola:  qual è la sua volontà e come posso conoscerla?
La vita religiosa ha una sua secolare esperienza per giungere ad avere "il pensiero di Cristo". Essa, ricorda il nostro documento, è "comunione di persone consacrate che professano di cercare e compiere insieme la volontà di Dio". Ed è questa coralità che subito emerge dalla lettura dell'Istruzione:  "Portare avanti insieme ai fratelli o alle sorelle tale ricerca, perché è proprio essa che unisce, rende famiglia unita a Cristo". È una ricerca che implica il personale apporto di carità, competenza e creatività, per far convergere nella costruzione della comunità e nel progetto apostolico tutte le risorse umane:  doti e talenti, intuizioni e ispirazioni, fino alla condivisione dei beni spirituali, dell'ascolto della Parola di Dio, della fede.
Se è vero che "tutti, nella comunità, sono chiamati a cercare ciò che a Dio piace e a obbedire a Lui", è altrettanto vero che "alcuni sono chiamati a esercitare, in genere temporaneamente, il compito particolare di essere segno di unità e guida nella ricerca  corale  e  nel  compimento personale e comunitario della volontà di  Dio.  È  questo  il  servizio  dell'autorità".
Davanti all'esercizio concreto dell'autorità, la prassi si diversifica in molteplici prospettive sia per chi la esercita sia per chi ad essa è soggetto:  anarchia e totalitarismo, cooperazione attiva e soggezione servile, latitanza e ingerenza. La sfida che il documento è chiamato ad affrontare è il non facile equilibrio tra persona e comunità, tra autorità e obbedienza, tra desiderio della realizzazione di sé e progetti comunitari.
In risposta a questa sfida l'Istruzione recupera insegnamenti sapienziali frutto della millenaria esperienza della vita consacrata e introduce acquisizioni frutto delle nuove sensibilità odierne, del rinnovato senso della persona, del sorgere della spiritualità di comunione. Gli atteggiamenti e i suggerimenti offerti valgono ben al di là della comunità religiosa. Potrebbero essere assunti in campo politico, sindacale, amministrativo, così come nella guida di un'azienda, di una scuola. A chi gestisce l'autorità è richiesto, ad esempio, "libertà da pregiudizi, da attaccamenti eccessivi alle proprie idee, da schemi percettivi rigidi o distorti, da schieramenti che esasperano la diversità di vedute; il coraggio di motivare le proprie idee e posizioni, ma anche di aprirsi a prospettive nuove e di modificare il proprio punto di vista"; ricordare che la pluralità di prospettive favorisce l'approfondimento delle questioni che il conflitto di idee non diviene mai conflitto di persone. Chi esercita l'autorità è invitato a favorire la partecipazione corale comunitaria, "poiché è meglio fare un passo assieme che due (o anche più) da soli".
Un documento dunque propositivo, capace di fugare alibi e latitanze, ambizioni di potere e passività e di ispirare non soltanto la comunità religiosa, ma l'intera comunità ecclesiale, fino a quella civile.



(©L'Osservatore Romano 29 maggio 2008)
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