Riunione a Nairobi del Pontificio Consiglio

L'integrazione dei migranti
valore di civiltà

di Agostino Marchetto
Segretario del Pontificio Consiglio
della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti


Le linee di tendenza rilevano una crescita sempre maggiore dei flussi migratori, che coinvolgono sempre più Paesi. All'alba del terzo millennio, circa 195 milioni di persone sono migranti in Paesi diversi da quelli d'origine, senza contare migranti interni, rifugiati, profughi, apolidi, persone soggette al traffico di esseri umani. Dunque, una persona su 35 nel mondo è migrante internazionale. Poco meno della metà sono donne.
Per discutere di tale realtà, il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, con il suo presidente, il cardinale Renato Raffaele Martino, è riunito a Nairobi con i delegati, compresi 17 vescovi, delle commissioni episcopali per le migrazioni di 27 Paesi africani, tra i più investiti dagli attuali problemi della mobilità umana, economica, ma anche forzosa.
Agli aumentati flussi migratori corrisponde una crescita proporzionata di esigenze sempre più pressanti, a livello sociale ed ecclesiale. La prima, che vale per tutti, pur nella diversità dei contesti culturali, è quella della progressiva integrazione intesa nel giusto senso, cioè capace di trovare un ragionevole equilibrio - quella "ragionevolezza civica" della quale ha parlato il Papa - tra il rispetto dell'identità propria e il riconoscimento di quella altrui. Integrazione e non assimilazione, non assorbimento, non ghettizzazione, non sviluppo separato, non apartheid, nemmeno metaforico.
La Chiesa deve fare i conti con il "qui e ora", alla luce degli insegnamenti cristiani. Proprio per questo addita con forza, ma anche con mansuetudine, le eventuali mancanze di equilibrio nella tensione tra sicurezza e accoglienza che tali realtà comprendono. È evidente il diritto, prima di tutto, a vivere in pace e dignità nel proprio Paese. Di conseguenza, i Paesi di origine devono adoperarsi, aiutati dalla comunità internazionale, per aumentare il proprio sviluppo, per non costringere i propri cittadini a lasciare la patria per cercare altrove una vita degna. Tuttavia, il raggiungimento del bene comune dell'intera umanità richiede sostegno, solidarietà, assistenza e cooperazione degli altri, soprattutto quando un Paese non riesce a garantire sviluppo, pace e sicurezza.
Le persone emigrano, tra le altre cause, per poter provvedere alla propria famiglia, cellula naturale e fondamentale della società, come ha ribadito la recente plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. I migranti hanno bisogno di vivere in una famiglia non solo come tutti, ma se possibile ancora di più. Infatti, per quanti sono lontani dalla propria patria, il sostegno della famiglia è essenziale. Di conseguenza, le famiglie non devono essere disperse e indebolite, lasciando in uno stato di estrema vulnerabilità, in particolare, le donne e i bambini.
Anche qui da Nairobi, dopo aver ascoltato le relazioni dei rappresentanti di varie Conferenze episcopali, la Chiesa può rinnovare il suo appello ai Governi che ancora non hanno provveduto affinché ratifichino la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie.
Ai Paesi destinatari delle migrazioni, soprattutto all'Europa, rinnovo l'appello in favore dei migranti africani, molti dei quali sono senza dubbio senza documenti, ma spinti da persecuzioni, fame, violenze e tratta di esseri umani. Certamente i Governi hanno in tutto ciò la loro competenza, che noi rispettiamo, ma questa competenza deve tradursi ed esprimersi in un dialogo multilaterale, perché nessuno oggi può risolvere questioni così complesse unilateralmente.
In ogni caso, è da rifiutare senza tentennamenti l'equivalenza che alcuni fanno tra immigrato irregolare e criminale, anche se, ovviamente, chi si trasferisce in un Paese deve osservarne le regole sociali e giuridiche, ed essere considerato responsabile, come tutti, per il male che commette. I Governi devono tener conto del bene comune della loro Nazione, ma nel contesto del bene comune universale, cioè di tutta l'umanità. Il Papa stesso moltiplica gli appelli per il rispetto dei diritti dei migranti e delle loro famiglie.



(©L'Osservatore Romano 4 giugno 2008)
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