Ballottaggio a senso unico nello Zimbabwe

Il proiettile
e la scheda elettorale

di Antonio Chilà


Nello Zimbabwe "il proiettile ha sostituito la scheda elettorale". Il candidato dell'opposizione, Morgan Tsvangirai, ha così sintetizzato il motivo della rinuncia al ballottaggio, in programma venerdì 27, aggiungendo che non si sente di chiedere ai suoi sostenitori di rischiare la vita votando per lui quando è già stato deciso chi sarà il vincitore. E cioè l'ottantaquattrenne Robert Mugabe, Presidente da ventotto anni, responsabile della tragica situazione nel Paese.
Tsvangirai temendo per la propria incolumità - per tre volte è sfuggito ai sicari e circa un anno fa ha subìto un pestaggio - si è rifugiato nella sede dell'ambasciata olandese a Harare.
La violenza e l'illegittimità - afferma Tsvangirai - predominano indisturbate e, pertanto, Nazioni Unite e Unione africana dovrebbero bloccare "questa parodia di processo elettorale". Il Governo ha risposto che il ballottaggio presidenziale si svolgerà anche con un solo candidato, a meno che il leader dell'opposizione non formalizzi per iscritto il ritiro dalla competizione. In caso contrario avrà comunque luogo. Molti uomini politici di diversi Paesi, e non solo africani, hanno definito la decisione di Tsvangirai catastrofica, arrivando a dire - come Ban Ki-moon - che si tratta di un cattivo presagio e di un episodio molto scoraggiante per il futuro dello Zimbabwe. Tutto è detto a posteriori.
Si pone così fine, salvo ulteriori ripensamenti dell'opposizione, a un'assurda farsa elettorale insanguinata dalla morte di novanta aderenti al Movimento per il cambiamento democratico dell'ex sindacalista Tsvangirai, in un contesto di violenza dove migliaia di persone sono state malmenate da filogovernativi e vi sono oltre centomila profughi politici. Tutti i sistemi sono stati attuati per impedire al leader dell'opposizione, arrestato e rilasciato più volte, di portare a termine la propria campagna elettorale.
Mugabe, l'"ultimo imperatore africano", però, è andato oltre. In un comizio ha accusato le organizzazioni non governative internazionali (ong) di utilizzare gli aiuti alimentari per influenzare gli elettori, chiedendo, in cambio del cibo, di votare al ballottaggio il candidato dell'opposizione. Le accuse avevano indotto il Governo di Harare, ai primi di giugno, a sospendere le attività delle ong internazionali.
Al primo turno, tenutosi il 29 marzo, Tsvangirai prevalse, ma sulla carta, su Mugabe, senza però ottenere più del cinquanta per cento dei voti indispensabili, secondo la legge, per succedere all'avversario.
Tsvangirai, consapevole che il ballottaggio avrebbe determinato una situazione incandescente, ha sempre chiesto un intervento di peacekeeping internazionale delle Nazioni Unite e della Comunità per lo sviluppo dell'Africa meridionale (Sadc) per ristabilire l'ordine interno in vista del ballottaggio.
Le risposte sono state evasive. Se, da un lato, il Presidente dello Zambia, Mwanawasa, si è schierato contro Mugabe, altri, come il Presidente sudafricano, Thabo Mbeki, negoziatore tra le parti contrapposte su mandato della Sadc - ma la sua missione a questo punto sembra fallita - non hanno riconosciuto la gravità della situazione nello Zimbabwe.
La non unanimità di atteggiamenti politici nei confronti dello Zimbabwe da parte dei Paesi dell'Africa australe ha impedito di raggiungere un accordo e, di conseguenza, ha bloccato l'auspicato intervento regionale. Tutti gli incontri, a partire da quello del 12 aprile, sono falliti portando alla degenerazione una situazione di per se stessa in grave stallo politico.
Sia la Sadc, sia l'Unione africana dovrebbero intervenire per tutelare il rispetto dei diritti umani, continuamente violati dal Governo Mugabe, e organizzare nuove elezioni libere e democratiche sotto il controllo di osservatori elettorali internazionali forniti di mandato operativo capace di garantire il regolare svolgimento della consultazione. In attesa di adeguati provvedimenti circa cinque milioni di persone rischiano ogni giorno di morire di fame.



(©L'Osservatore Romano 25 giugno 2008)
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