Un nuovo ruolo per il g8

Scambi produttivi e formazione
a sostegno dei Paesi poveri

di Ettore Gotti Tedeschi


Il problema degli aiuti ai Paesi poveri è probabilmente il più complesso che esista in economia. Negli ultimi cinquant'anni sono di fatto falliti quasi tutti i progetti fondati su piani troppo ottimistici o irrealistici. Sono state sperperate risorse finanziarie di migliaia di miliardi di dollari, si sono arricchiti molti leader locali, sprecati investimenti, create illusioni e delusioni. E oltre questo i Paesi che hanno cercato di sviluppare iniziative di investimento si sono sentiti accusare di neocolonialismo economico e culturale. Sono stati anche cancellati debiti che non sarebbero mai stati restituiti, creando però pericolosi precedenti. Non è facile aiutare i Paesi poveri. Ancora pochi giorni fa, nel g8 del 2008, si è sentito parlare di promesse non mantenute e di nuove richieste ai Paesi ricchi di raddoppiare le donazioni. È questa la soluzione?
Non è neppure sempre semplice avviare, o sostenere, nei Paesi poveri progetti economici con imprenditori locali, perché spesso mancano proprio i progetti che possano creare localmente vera ricchezza, mentre altre volte mancano le infrastrutture minime. Ciò che invece non manca, se si ha la volontà di scoprirle, sono le risorse umane, i giovani talenti ansiosi di studiare, apprendere e produrre idee e valore per il proprio Paese. Ma gli imprenditori provenienti dai Paesi sviluppati investono solo se percepiscono una verosimile prospettiva di ritorno degli investimenti stessi e questo implica spesso un ruolo di coinvestimento da parte dei Governi, nonché garanzie finanziarie e assicurative. Ma se il mondo cosiddetto ricco è in crisi economica, come è oggi, quanto sarà in grado di impegnarsi? Non va inoltre dimenticato che ogni Paese ricco ha i suoi poveri, che spesso - come si è visto nei settori agricolo e alimentare - competono con i poveri dei Paesi poveri.
Che fare perciò? Si possono avanzare alcune idee e proposte concrete che tengano conto di quanto appena esposto. Anzitutto il principio su cui si dovrebbe sempre fondare l'aiuto ai Paesi poveri è quello della sussidiarietà:  pertanto, non più assistenzialismo o redistribuzionismo, che sono stati origine di molti fallimenti passati e di problemi presenti. Le due linee di azione semplici e realizzabili per accelerare lo sviluppo dei Paesi poveri sono:  l'immediata attivazione dell'economia dello "scambio produttivo" e nello stesso tempo l'avvio di azioni, molto ambiziose, di investimento sulla formazione delle persone sviluppando, in modo integrato, una specifica "cultura dell'iniziativa".
Avviare subito una economia di "scambi produttivi" fra Paesi poveri e ricchi, pianificata e patrocinata dai Governi, porrebbe fine al problema della speculazione sui prezzi dei prodotti alimentari e agricoli. Lo scambio infatti segue un ordine naturale del mercato, e si tratta di una realtà razionale e morale per un Paese povero perché favorisce le specifiche capacità produttive e lavorative, evita la speculazione e interrompe il protezionismo, di mercato, dei Paesi ricchi. Lo scambio produttivo, anche se appare obsoleto e complesso, diventa così un progetto semplice e concreto, come il microcredito.
Non bisogna però dimenticare che siamo in una situazione di vera emergenza. Investire nelle persone è il vero progetto a medio-lungo termine per i Paesi poveri. Per la comunità del g8 significa trasformarsi in una specie di grande sostenitore, una sorta di tutor, delle più ampie risorse umane dei Paesi poveri, quasi adottandoli e investendo sulla futura classe dirigente, generatrice di idee e progetti. Ma si tratta di fare uno sforzo dieci volte superiore a quello attuale per sviluppare i talenti locali in loco o, forse meglio, in scuole e università internazionali.
La realizzazione della "cultura dell'iniziativa" personale è poi un complemento naturale, ma specifico, da adottare in questi investimenti sulle persone per aiutarle a conquistare l'indipendenza, l'autonomia, senza complessi e senza recriminazioni. Sarà così possibile apprendere a lavorare per sé e per il proprio Paese in collaborazione con i colleghi del mondo più fortunato. Più fortunato non per merito, ma spesso solo per circostanze.



(©L'Osservatore Romano 12 luglio 2008 2008)
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