La rivolta nell'ovest del Kenya

Una tragedia ignorata
alle pendici del monte Elgon

di Antonio Chilà


La distribuzione delle terre coltivabili, oltre ai recenti casi verificatisi nello Zimbabwe, sta assumendo toni preoccupanti anche in Kenya e in Nigeria. I contadini reclamano un'equa distribuzione dei terreni, ma le riforme agrarie, attuate nei tre Paesi, favoriscono spesso una o più etnie a discapito delle altre.
Nell'ovest del Kenya, dall'autunno del 2006, il Sabaot Land Defence Force (Sldf), gruppo armato costituito per ottenere un'equa distribuzione delle terre, combatte contro l'esercito. Alle pendici del monte Elgon - vulcano estinto, il più grande dell'Africa, con un cratere di quaranta chilometri quadrati, situato nel parco nazionale omonimo, al confine con l'Uganda - si sta consumando la tragedia, ignorata dalla gran parte dei giornali occidentali, di un popolo in lotta per la sopravvivenza.
I combattimenti hanno finora causato la morte di cinquecento persone e oltre sessantamila sfollati, dopo i bombardamenti di numerosi villaggi. Gli abitanti della regione sono inoltre stati costretti a subire mutilazioni e sevizie per aver appoggiato - come ritiene il Governo - i ribelli.
Molte organizzazioni internazionali hanno denunciato la tragica situazione:  le persone non hanno accesso ai servizi di base, non hanno indumenti, cibo sufficiente, case o coperte e sono costrette a vivere in rifugi improvvisati. E, come sempre, i bambini sono i primi a soffrire. Secondo un rapporto dell'Unicef, circa quarantaseimila minori sono stati costretti ad abbandonare i propri villaggi, incendiati e devastati dai guerriglieri.
Il conflitto è imputato al malcontento scaturito da un'errata distribuzione delle terre e la riforma agraria, sia per irregolarità sia per casi di corruzione, non è stata attuata. Il clan Soi, abitante la terra di Saboat, dopo aver denunciato la non equa distribuzione, ha costituito il gruppo armato dell'"Sldf". Le azioni militari hanno l'obiettivo d'indurre il Governo ad abrogare la legge agraria.
I Soi, infatti, si ritengono penalizzati per essere stati costretti ad abbandonare le loro terre occupate da numerosi componenti di un clan rivale, gli Ndoboro.
Il Governo, per porre fine alla lotta armata, tramite il governatore della provincia, Abdul Mwasera, ha offerto l'amnistia all'"Sldf" e ha anche rivolto un appello alla popolazione civile per la consegna delle armi. Tre capi del movimento guerrigliero - Stephen Juma Kirui, sostituito del comandante in capo delle milizie Wycliffe Matwakei, ucciso dall'esercito a maggio; il portavoce della milizia Samson Kanai e il responsabile dell'addestramento dei ribelli Geoffrey Makwere - si sono consegnati il 9 marzo ai governativi in seguito all'arresto di oltre tremilasettecento ribelli avvenuto durante un'operazione congiunta tra polizia e esercito.
In Kenya, comunque, la situazione è tesa e la stampa locale ha sottolineato il proliferare di gruppi armati a sfondo etnico. "The Nation" scrive che vi sono gruppi organizzati come i Mungiki - una setta, bandita nel 2002, formata da giovani disoccupati Kikuyu, principale etnia del Paese che vuole riportare la comunità ai suoi culti originari - nella Rift Valley e che si stanno organizzando "milizie di autodifesa".
Nel Paese, oltre ai Soi e ai Ndoboro, sono in lotta anche i Turkana e Pokot per una disputa sui confini territoriali riguardante un'area di circa settanta chilometri di confine.
Nello stato di Ebonyi, Nigeria sudorientale, invece, si sono verificati scontri tra fazioni rivali per il controllo delle terre coltivabili che hanno causato la morte di quattordici persone. Numerose altre, per sfuggire alle lotte armate, hanno cercato di trovare rifugio nel capoluogo Abakaliki.
In Nigeria, il più popoloso Paese dell'Africa, gli scontri tra gruppi rivali per il controllo di terreni agricoli sono piuttosto frequenti. Ogni anno sarebbero centinaia i morti causati da queste violenze.



(©L'Osservatore Romano 31 luglio 2008)
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