L'Olimpiade cinese

L'inizio di una possibilità nuova

di GianPaolo Salvini
Direttore de "La Civiltà Cattolica"


Se impariamo dalla storia, l'Olimpiade a Pechino potrebbe diventare per l'Europa e per il resto del mondo un'opportunità per passare nei confronti della Cina da un atteggiamento ambivalente e ambiguo dettato dalla paura a quello del confronto e del dialogo.
Su questo tema si giocherà molto del futuro del nostro pianeta e non tanto sulle classifiche del Pil dei singoli Paesi, più adatte ai campionati sportivi che ai rapporti tra i singoli Paesi. L'Europa non è più al centro del mondo e la Cina è certamente uno dei punti del globo dove già si prendono decisioni che riguardano tutto il mondo.
I missionari più illuminati dell'epoca di Matteo Ricci, e i loro successori nel secolo scorso, hanno cercato in ogni modo di distinguere il loro messaggio da quello dei commercianti e dei soldati portoghesi, sulle cui navi erano costretti a viaggiare, e più tardi si dovettero faticosamente ma tenacemente distinguere dai colonizzatori europei. Ricci e i suoi successori erano armati soltanto della loro fede, della loro parola e della scienza. In qualche modo dovremmo essere capaci di fare altrettanto oggi, senza nasconderci le difficoltà del compito. Basta vedere che cosa è successo nel periodo preparatorio all'Olimpiade in Cina, cioè con l'uso strumentale dello sport, che dovrebbe pure essere momento di incontro, di competizione, carico da sempre di simboli e di passione, e che non dovrebbe venire strumentalizzato, come purtroppo è avvenuto anche in occasioni precedenti, da una parte e dall'altra. Si tratta insomma di far sì che non sia una nuova occasione perduta. In questo c'è un vantaggio rispetto all'epoca del padre Ricci e dei suoi successori. Matteo Ricci si fece conoscere e accettare come matematico, astronomo, cartografo, ma egli usava le scienze come chiave di ingresso, sperando di giungere poi alla predicazione esplicita del Vangelo e del cristianesimo. O, nella migliore delle ipotesi, la scienza diventava oggetto di una mediazione culturale. Oggi non è più questa la nostra visione. La ricerca comune della verità scientifica, se onesta e disinteressata, ha già in sé qualcosa di divino, anche senza bisogno di essere etichettata o subordinata a una finalità apologetica. Se mai, tutti gli scienziati devono cercare insieme di porre la scienza al servizio dell'uomo, del cammino verso una maggiore libertà dell'umanità e della incarnazione quotidiana dei suoi valori autentici. E in questo tutti, credenti e non credenti, cattolici e confuciani o buddisti si possono riconoscere. Come è noto ci sono difficoltà tra la Chiesa cattolica e il Governo cinese:  alcune di natura politica internazionale, altre assai più delicate come il ruolo dei vescovi in Cina e la loro nomina da parte della Santa Sede. Ma esistono soluzioni parziali già avviate de facto, mi permetterei di dire, "alla cinese" ma anche all'italiana, che si preferisce ignorare ufficialmente, creando un consenso reciproco che va al di là delle affermazioni di principio sulle quali non c'è ancora un accordo.
Ho l'impressione che la via intrapresa sia proprio quella del dialogo volonteroso da ambedue le parti, nonostante le incomprensioni politiche e alcuni periodici sussulti, dovuti credo anche a motivi di politica interna cinese. Si può soltanto sperare che le due comunità dell'unica Chiesa cinese, nonostante le sofferenze di quella clandestina, spesso oggetto di repressione, trovino la via della comunione e della fraternità, come del resto ha chiaramente auspicato Benedetto xvi nella sua lettera ai fedeli cattolici cinesi del 27 maggio 2007. Il 7 maggio scorso la più nota Orchestra sinfonica cinese (la China Philarmonic Orchestra) ha tenuto nell'aula Paolo vi un concerto in onore e alla presenza di Benedetto xvi. Evidentemente tutto può essere mal interpretato e strumentalizzato, alla vigilia delle Olimpiadi, ma mi pare che sia stata la tessera di un mosaico di dialogo e di scambio, nel nome dell'arte, che non risolve i problemi, ma crea l'atmosfera per farlo. Il linguaggio dell'arte è universale, e quello della musica mi sembra in ogni caso migliore e più affascinante di quello della "diplomazia del ping-pong", che qualche decennio fa avviò il disgelo tra Pechino e Washington all'epoca di Nixon e della guerra fredda.
Noi abbiamo sempre fretta, e in molti aspetti i cinesi ci hanno certamente imitato:  hanno fatto tutto quello che hanno realizzato dal 1978 a oggi, in 30 anni, che sono stati anche gli unici dal 1840 di stabilità economica e politica per quell'immenso Paese, che altrimenti ha conosciuto sempre guerre e disordini. Ma la cultura e la mentalità non si cambiano con la fretta con cui si costruisce uno stadio o una ferrovia. La speranza è che in Cina si proceda, magari più lentamente di quanto noi vorremmo, sulla via dei diritti umani, per i quali sembra soffrire tuttora di un deficit strutturale, sulla via della democrazia e di una libertà sostanziale, con la gradualità che anche la natura richiede nei suoi processi. Molto in fretta nella natura avvengono soltanto le catastrofi:  i terremoti, le alluvioni, lo schianto di un albero che cade. Dobbiamo abituarci a tempi diversi dai nostri e anche a culture differenti, che non hanno sempre le nostre priorità. Le cose belle richiedono tempo e saggezza. L'Olimpiade è solo l'inizio di una possibilità nuova. Bisogna non perderla.



(©L'Osservatore Romano 20 agosto 2008)
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