Acuita dal conflitto nel Caucaso

Nato e Unione europea
in crisi di identità

di Luca M. Possati


La crisi nel Caucaso e il riacutizzarsi delle tensioni tra Mosca e Washington sullo scudo spaziale ripropongono con forza due questioni centrali per gli attuali equilibri politici mondiali:  il futuro della Nato e la coesione interna dell'Unione europea. Dopo il fallimento del vertice della Fao sulla sicurezza alimentare (giugno 2008) e le spaccature emerse nella conferenza della Wto (luglio 2008), la recente decisione della Russia di sospendere i rapporti di cooperazione con l'Alleanza Atlantica in seguito alla sigla dell'accordo per il dislocamento dei sistemi missilistici americani in territorio polacco rappresenta un altro duro colpo all'ordine internazionale. La Nato e l'Ue non possono permettersi l'isolamento di Mosca, ma nemmeno trascurare le rivendicazioni dei Paesi dell'ex blocco sovietico:  quali strategie dovranno seguire?
Mentre il ritiro delle truppe russe dalla Georgia viene giudicato da Ue e Washington parziale e troppo lento, il Cremlino accusa Tbilisi di concentrare uomini e mezzi nella parte centrale del Paese in vista di una nuova offensiva. Secondo il vice capo di Stato maggiore russo, generale Anatoli Nogovitsyn, la Nato sta dispiegando nel Mar Nero una flotta di navi. "Se il Pentagono riarmerà i georgiani - ha dichiarato Nogovitsyn - le nostre contromisure saranno conseguenza di una loro scelta". Parole dure, sintomo di un clima da guerra fredda che minaccia la tenuta dell'accordo in sei punti proposto da Bruxelles. Un clima ulteriormente inasprito dal confronto a distanza sui missili. Mosca ha risposto alla firma dell'accordo tra Washington e Varsavia minacciando l'installazione di sistemi missilistici "Iskander" in Siria, con il beneplacito del presidente Bachar Al Assad. Ma gli occhi del Cremlino sono rivolti anche verso Teheran:  per gli equilibri nella regione caucasica non è del tutto indifferente la presenza nel Mar Caspio di una flotta controllata dai pasdaran.
È chiaro - come sostengono molti analisti - che senza mantenere canali aperti con la Russia e senza cercarne la cooperazione svaniscono le possibilità di risolvere le maggiori crisi internazionali. A partire dal nucleare iraniano e dalle sanzioni più volte chieste dagli Stati Uniti e da Israele. Per non parlare dell'Afghanistan, dove gli attacchi terroristici sono destinati ad aumentare a causa dell'instabilità politica nel vicino Pakistan. La sospensione della cooperazione tra la Russia e l'Alleanza Atlantica mette a rischio l'accordo di Bucarest siglato lo scorso aprile, con il quale il Cremlino aveva concesso l'uso del proprio territorio come rotta alternativa per i rifornimenti all'Isaf, la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza a guida Nato dispiegata in territorio afghano. Nelle ultime settimane i talebani hanno sferrato attacchi condotti con una perizia che rivela alla base un piano operativo complesso, un'organizzazione prima d'oggi insospettata. Dopo la strage di civili di venerdì 22 agosto, della quale il presidente afghano Hamid Karzai ha accusato la coalizione, numerosi commentatori hanno denunciato l'elevata impopolarità del conflitto nell'opinione pubblica occidentale, destinata ad assumere un peso politico determinante nei Paesi coinvolti nella missione. Altri parlano apertamente della possibilità che la Nato perda la guerra, di un fallimento totale dovuto a una strategia obsoleta. Occorre trovare subito nuove idee, nuovi mezzi, ma soprattutto denaro e uomini.
La crisi dell'Alleanza Atlantica rappresenta l'effetto di una crisi più vasta, che mette in discussione l'identità stessa dell'Unione europea. Nel Caucaso è in gioco per Bruxelles una partita fondamentale, il cui esito non potrà non avere ripercussioni sull'iter di ratifica della Costituzione comune, che già nei mesi scorsi ha conosciuto pesanti battute d'arresto, rischiando così di aumentare la schiera dei Paesi "euro-scettici". Ma non solo. È il ruolo stesso dell'Ue a essere messo alla prova, la possibilità di una politica estera e di sicurezza comune.
Da una parte, c'è il nucleo storico dell'Unione, Paesi come la Francia, la Germania, l'Italia, che cercano di portare avanti il dialogo credendo che la crisi si possa risolvere non isolando ma coinvolgendo Mosca. Una posizione, questa, motivata anche - o soprattutto - dagli interessi energetici:  più di un terzo del gas tedesco e oltre un quarto di quello francese provengono dal colosso russo Gazprom. Dall'altra, ci sono gli ex membri del disciolto Patto di Varsavia, che invece si mostrano molto più intransigenti con Mosca e chiedono agli Stati Uniti aiuti finanziari e protezione militare. Come l'Ucraina, il cui presidente, Viktor Yushenko, ha esortato a un'accelerazione del processo di adesione del suo Paese alla Nato, "quale unico mezzo - ha detto - per proteggere la vita e il benessere delle nostre famiglie". Se questa spaccatura interna aumenterà - rilevano gli osservatori - l'Ue ne uscirà gravemente indebolita e la Russia vedrà quasi compromessa l'agognata adesione alla Wto, per la quale il sostegno - non solo formale, ma sostanziale - di Bruxelles è essenziale.
Evitare il degenerare di tale situazione in un'escalation di violenze sempre più vasta sarà la sfida dell'imminente vertice straordinario dell'Ue convocato per il primo settembre dal presidente francese Nicolas Sarkozy, il cui Paese detiene la presidenza di turno dell'Unione. Nel frattempo, il titolare del Quai d'Orsay, Bernard Kouchner, è giunto in visita in Siria e in Libano. E Sarkozy si recherà a Damasco il prossimo 4 settembre. Il fallimento di queste iniziative diplomatiche lascerebbe campo aperto a nuove tensioni e a spinte protezionistiche, da una parte e dall'altra. L'eccessiva frammentazione delle politiche internazionali e il venir meno di una visione d'insieme rischierebbero di produrre effetti contraddittori e inefficaci.



(©L'Osservatore Romano 25-26 settembre 2008)
[Index] [Top][Home]