Contrasti internazionali nel Caucaso

I pericoli
di una crisi

di Pierluigi Natalia


Il riconoscimento russo dell'indipendenza delle regioni separatiste georgiane dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud - giudicato da Tbilisi e da molti Governi occidentali una violazione del diritto internazionale - acuisce la crisi dei rapporti tra Nazioni. L'interruzione della cooperazione est-ovest in campi fondamentali (anche se è stato confermato l'impegno comune nella lotta al terrorismo e sono rientrate le minacce di chiudere il territorio russo al transito delle truppe Nato verso l'Afghanistan), la possibilità di sanzioni reciproche e la stessa minaccia di riarmo pongono ipoteche negative sui principali appuntamenti dei prossimi mesi, rallentano i negoziati per gli accordi commerciali e le politiche di sviluppo.
La ridda di dichiarazioni seguite all'iniziativa di Mosca conferma questi timori. Certo, il paragone con la guerra fredda apparso su tanta stampa internazionale è probabilmente improprio o almeno eccessivo, tanto più nell'incertezza legata all'elezione, in novembre, del nuovo presidente degli Stati Uniti. Ma lo stesso ricorso a un tale anacronismo conferma la gravità di una crisi originata da contrastanti interessi militari ed economici, da spinte etniche e nazionalistiche, ma anche dall'arretramento del principio di multilateralismo e da una fase di stallo nello sviluppo del diritto internazionale.
Non è un caso se i russi, nelle loro prime dichiarazioni, hanno fatto riferimento all'atto di Helsinki, cioè al principio di autodeterminazione dei popoli e al loro diritto alla difesa, mentre gli occidentali hanno citato le risoluzioni dell'Onu sull'integrità territoriale georgiana, peraltro firmate a suo tempo anche da Mosca.
Proprio all'Onu, come ha subito dichiarato il Segretario generale Ban Ki-moon, si prospettano comunque "nuove complicazioni" destinate a perpetrare la paralisi dei veti incrociati, che in tempi recenti non ha consentito di trovare soluzioni condivise (si pensi al Kosovo). In questo senso, tornano di stringente attualità le riflessioni più volte avanzate dalla Santa Sede e dallo stesso Benedetto xvi nel suo discorso tenuto in aprile alle Nazioni Unite, sulla necessità di riformare le istituzioni sovranazionali.
Alcuni osservatori fanno notare come il riconoscimento russo delle due regioni secessioniste, insieme con il prospettato accordo di assistenza nel settore della difesa, riproponga la Russia in una posizione di controllo politico e militare di territori oltre i propri confini, per la prima volta dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica. Al tempo stesso, la crisi nel Caucaso è stata contemporanea alla firma dell'accordo tra Stati Uniti e Polonia per il dispiegamento dei missili del cosiddetto "scudo spaziale", in una delle mosse più rilevanti dopo l'allargamento a est della Nato in cui mirano a entrare anche l'Ucraina e la stessa Georgia. Il Caucaso, con la miriade delle sue irrisolte questioni e con la sua strategica importanza per quanto riguarda il controllo di fonti e linee di approvvigionamento energetico, minaccia dunque di restare a lungo un teatro di contrasti.
Al momento, si è al muro contro muro tra Mosca e Washington e anche questo mostra un ritorno a vecchi schemi. È però mutato il contesto generale, con l'emergere di nuovi protagonisti della scena internazionale. Rispetto alla guerra fredda, è cambiato anche il ruolo dell'Europa, che ha trovato unanimità nelle dichiarazioni di sostegno all'integrità territoriale della Georgia, ma che in molti suoi attori - e di peso rilevante - è apparsa determinata a non interrompere il dialogo con la Russia. Sul contributo diplomatico europeo per stemperare i contrasti - se non altro per l'interesse a mantenere le forniture energetiche russe - potrà fare maggiore chiarezza  il  vertice  di  lunedì  prossimo.



(©L'Osservatore Romano 28 agosto 2008)
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