Traguardi
ancora lontani


di Giuseppe Fiorentino

La crisi finanziaria che minaccia i Paesi più avanzati rischia di far dimenticare o di far passare in secondo piano l'obiettivo di combattere la povertà estrema, le ingiustizie e le pandemie che continuano ad affliggere il sud del mondo. L'appello lanciato ieri da Benedetto XVI ai leader mondiali, che giovedì prossimo parteciperanno al summit indetto dall'Onu per verificare i progressi compiuti sul terreno dello sviluppo, mira proprio a richiamare l'attenzione sulle situazioni di povertà estrema che ancora una volta sembrano relegate nel dimenticatoio. L'auspicio del Papa è che la solidarietà ispiri le scelte dei governanti, così come era stato postulato in quell'ormai lontano settembre del 200o, quando vennero stabiliti gli Obiettivi di sviluppo del millennio (eliminare fame e povertà estrema; istruzione primaria per tutti; pari opportunità tra i sessi; ridurre la mortalità infantile; migliorare la salute materna; combattere Hiv e malaria; assicurare la sostenibilità ambientale; sviluppare un'alleanza globale per lo sviluppo).
Il rapporto annuale dell'Onu sul progresso della campagna lanciata nel 2000 ha denunciato un forte ritardo nell'applicazione degli Obiettivi rispetto alla scadenza, fissata per il 2015. Decine di Paesi se ne stanno addirittura allontanando. Povertà, mortalità infantile e femminile, Aids, malaria, fame e sete rischiano di aumentare, invece che diminuire.
Dal rapporto - anticipato alcuni giorni fa dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon - si comprende quanto le manovre speculative, che in questi mesi hanno fatto segnare sensibili rialzi nei prezzi dei carburanti e dei generi alimentari, abbiano pesato soprattutto sulle fasce di popolazione più vulnerabili. Il rallentamento della crescita economica ha prima di tutto ripercussioni negative sul potere di acquisto nei Paesi più poveri, mentre lo spaventoso aumento dei prezzi dei generi alimentari condurrà  altre  milioni  di  persone  alla fame.
I dati della Banca mondiale rivelano che il numero degli esseri umani costretti a vivere al di sotto della soglia statistica di povertà - 1,4 miliardi - è attualmente molto maggiore di quanto fosse auspicato nel 2000. L'Africa sub-sahariana si conferma la regione più povera del pianeta, con oltre la metà delle morti infantili del mondo. Preoccupante la situazione anche nel sud-est asiatico, in America Latina e nei Caraibi, dove i tassi di mortalità sono di circa quattro volte superiori a quelli dei Paesi industrializzati. Complessivamente un bambino nato in un Paese in via di sviluppo è 13 volte più esposto al rischio di morte nei primi anni vita rispetto a un suo coetaneo nato nei Paesi industrializzati.
I dati dimostrano che, con il miglioramento dell'assistenza materna o neonatale, la mortalità infantile verrebbe ridotta drasticamente. Eppure nel 2005 il 99 per cento delle donne morte durante la gravidanza o nelle settimane successive al parto risiedeva nei Paesi in via di sviluppo, con in testa l'Africa sub-sahariana e il sud-est asiatico.
Anche sul fronte dell'alfabetizzazione, l'Africa sub-sahariana continua a essere la regione più arretrata. Il tasso di iscrizione alle scuole elementari ha raggiunto solo di recente il 71 per cento e complessivamente circa 38 milioni di bambini - la stragrande maggioranza dei quali di sesso femminile - non hanno accesso all'istruzione primaria.
Sono dati non nuovi, ma che rivelano le reali dimensioni del problema. Certo è che le condizioni, da quell'ormai lontano settembre del 2000, sono radicalmente mutate. L'11 settembre 2001 ha impresso alla storia una svolta improvvisa, dirottando verso il comparto militare risorse che avrebbero potuto essere impiegate per la lotta alla povertà e mettendo in discussione lo stesso concetto di multilateralismo e di centralità dell'Onu. Anche per questo i progressi verso gli Obiettivi di sviluppo del millennio hanno fatto segnare un grave rallentamento. Ma per oltre un miliardo di persone la speranza nel futuro risiede solo nella capacità che i leader mondiali avranno di essere fedeli alle promesse fatte nel 2000.



(©L'Osservatore Romano 22-23 settembre 2008)
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