Rispetto e amore per il popolo ebraico


C'è un testo tra quelli letti nella prima giornata del Sinodo, che lascerà il segno.
Si tratta del rapporto del cardinale Albert Vanhoye su un documento tra i più importanti degli ultimi decenni, pubblicato nell'autunno del 2001 dalla Pontificia Commissione Biblica. Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana è il titolo che indica il tema del documento che, nonostante la sua importanza, ha avuto una scarsa circolazione nella predicazione e nella catechesi cattolica. Nelle tre ristampe della Libreria editrice vaticana, la tiratura del testo italiano è stata di sole quindicimila copie. Il fatto che un Sinodo si apra facendo illustrare un documento apparso sette anni prima da un autorevole studioso che ha partecipato alla sua preparazione, indica la stretta correlazione tra il tema sinodale e l'argomento del testo, ma allo stesso tempo suggerisce a tutta la Chiesa un angolo di visuale da cui leggere il dialogo tra ebrei e cristiani:  quello della Bibbia.
Il tema della Parola di Dio è molto caro a Benedetto XVI, anzi è una chiave di lettura per meglio comprenderne il pontificato. I tre maggiori documenti usciti dal Concilio in poi che riguardano la Parola di Dio - la costituzione conciliare Dei Verbum (1965), L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa (1993), Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001) - hanno avuto un sostegno non secondario del teologo e poi cardinale Ratzinger. Gli ultimi due addirittura sono stati preparati sotto la sua responsabilità di prefetto della Dottrina della Fede e si aprono con una sua prefazione. Nonostante ciò, mentre il cardinale Vanhoye leggeva la sua relazione, Benedetto XVI sottolineava il testo che ascoltava. Un piccolo gesto che segnala l'importanza di partecipare ai padri sinodali un tema che lo stesso Ratzinger da cardinale aveva definito "questione centrale della fede cristiana".
Vanhoye ha raccontato che per scrivere il documento ci sono voluti cinque anni e che si tratta di un lavoro "realizzato con rigore scientifico e in uno spirito di rispetto e di amore per il popolo ebraico". "Senza le Sacre Scritture del popolo ebraico - ha aggiunto con affermazioni vigorose - la Bibbia cristiana non sarebbe completa. Ciò è perfettamente vero ma insufficiente. L'Antico Testamento non è semplicemente un pezzo fra gli altri della Bibbia cristiana. Ne è la base, la parte fondamentale. Se il Nuovo Testamento si fosse stabilito su un'altra base, non avrebbe vero valore. Senza la sua conformità alle Sacre Scritture del popolo ebraico, non avrebbe potuto presentarsi come il compimento del disegno di Dio".
Ne consegue che "i cristiani possono e devono ammettere che la lettura ebraica della Bibbia è una lettura possibile". Ma questa lettura "possibile per gli ebrei che non credono in Cristo, non è invece possibile per i cristiani, in quanto implica l'accettazione di tutti i presupposti del giudaismo, in particolare quelli che escludono la fede in Gesù come messia e Figlio di Dio". Tuttavia, i rimproveri e i testi polemici contenuti nel Nuovo Testamento nei confronti degli ebrei, provocati agli inizi del cristianesimo dall'opposizione degli ebrei all'apostolato cristiano "non corrispondono mai a un atteggiamento di odio" e "non devono servire di base all'antigiudaismo". Un loro utilizzo a questo scopo è "contrario all'orientamento di insieme del Nuovo Testamento". Un atteggiamento di rispetto, di stima e di amore per il popolo ebraico "è il solo atteggiamento veramente cristiano". Nonostante le differenze, "il dialogo resta possibile, poiché ebrei e cristiani posseggono un ricco patrimonio comune che li unisce". È nella direzione di una migliore conoscenza reciproca che la Chiesa è, dunque, invitata a progredire. Si tratta di una posizione che non prescinde dal contesto del nostro presente come lo stesso cardinale Ratzinger scriveva nella prefazione al testo della Commissione Biblica:  il dramma della Shoah ha collocato tutta la questione in un'altra luce.
Con la relazione di Vanhoye il Sinodo ha dato il segno di uno stile di ascolto e di apertura, ma pure di una ricerca ragionata nelle risposte ai grandi problemi. Il relatore generale, cardinale Marc Ouellet, ha tracciato piste di riflessione per i padri sinodali. Appare per lo meno intempestivo voler prefigurare già dagli inizi il risultato dei lavori sinodali come rinnovati divieti o sterili discussioni. Le parole del Papa lasciano presagire invece sagge aperture pastorali che confidano sulla Parola di Dio, "fondamento di tutta la realtà".

c. d. c.



(©L'Osservatore Romano 8 ottobre 2008)
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