Rischi e ciclicità delle crisi

L'amaro risveglio
dell'economia globale


di Luca M. Possati

Molti parlano di "socialismo di Stato all'americana", altri invece di "capitalismo salvagente". I titoli dei giornali si ripetono:  "La disintegrazione del sistema finanziario", "Listini impazziti in Europa", "La recessione scuote Wall Street", "Tempesta sui mercati", "La peggiore crisi degli ultimi trent'anni", "Crolli da record". E intanto gli analisti si interrogano sui futuri sviluppi della crisi innescata dal tracollo del sistema creditizio:  tanti parlano di un ridimensionamento del ruolo degli Stati Uniti e della nascita di un nuovo sistema multipolare, altri profilano l'avvento di un capitalismo regolamentato, un tipo di sistema più stretto, con effetti disastrosi sull'economia reale, sulle condizioni - e la libertà - di milioni di persone.
Sono pochi, tuttavia, coloro che - in una prospettiva storica ma non per questo anacronistica - hanno colto un altro aspetto, non meno importante, e cioè che il rischio e la ciclicità delle crisi costituiscono aspetti vitali del capitalismo. In questi giorni - si afferma - non stiamo assistendo alla fine dell'epoca d'oro del libero mercato, del credito facile, degli affari ad alto rischio e dei grandi profitti:  la crisi non è una patologia ma una dimensione fisiologica del capitalismo. Di conseguenza potrebbe essere sbagliato attribuire le difficoltà attuali a presunti errori del sistema o a una eccessiva deregolamentazione dei mercati, così come pensare che immettendo nuove regole dall'esterno la situazione possa stabilizzarsi. Perché l'essenza stessa della libera impresa è quella di darsi delle regole per poi superarle o ripensarle daccapo. Non è possibile allora - come sostengono in tanti - concepire il capitalismo alla stregua di una condizione di assoluta mancanza di norme. Quel che sta avvenendo non è il fallimento di un sistema, tantomeno il passaggio dal "modello yankee" a quello cinese, anch'esso in profonda crisi, bensì un cambiamento di pelle.
È certamente vero che negli ultimi due decenni il capitalismo è stato troppo segnato da uno snaturamento del ruolo e della funzione della finanza a causa della crescente ingerenza della speculazione e di un deficit nei controlli, riflessi diversi di uno stile di vita e di consumo insostenibile. È vero altresì che il piano dei mercati - e della sua logica - va distinto con cura da quello della politica economica delle grandi Banche centrali e dei Governi, il cui primo dovere è fornire adeguate garanzie ai risparmiatori. Il compito delle istituzioni è proteggere dalle perdite e regolare la situazione, mentre i mercati non debbono affatto preoccuparsi delle conseguenze sociali delle proprie scelte. In tal senso la radice più profonda dell'attuale bufera dei listini va individuata nel corto circuito creatosi tra queste due realtà parallele.
Questo aspetto emerge con ancor maggiore nettezza dalla sovrapposizione tra i crolli dei mercati e le elezioni presidenziali statunitensi. I due candidati alla Casa Bianca, il repubblicano McCain e il democratico Obama, sono oggi i primi politici occidentali la cui elezione dipenderà strettamente dall'interpretazione che ciascuno saprà dare dello tsunami finanziario di fronte a un'opinione pubblica sfiduciata:  chi prendendo le distanze da quanto fatto negli ultimi anni, chi proponendo soluzioni per una svolta concreta. Non c'è dubbio che il prossimo inquilino della Casa Bianca dovrà affrontare una situazione molto difficile, caratterizzata dal ridimensionamento del tenore di vita di decine di milioni di cittadini americani o quantomeno dal prodursi di una sempre maggiore distanza tra ricchi e poveri. E di questo non potrà non risentire anche il peso militare, politico e strategico di Washington.
Nel suo messaggio alla nazione George W. Bush ha assicurato agli americani che la sua amministrazione sta mettendo in campo tutti gli strumenti a disposizione:  "Possiamo risolvere questa crisi e la risolveremo". Ma ha anche sottolineato una condizione:  la cooperazione internazionale, perché "siamo tutti insieme in questa crisi e tutti insieme ne usciremo". Adesso l'interrogativo che molti si stanno ponendo è quanto possa valere il piano d'azione approvato dai ministri delle finanze e dai governatori del G7. Questo perché - come rilevano i commentatori - in realtà il comunicato non è l'effetto diretto di un accordo, e lo dimostrano le numerose critiche avanzate dagli stessi protagonisti delle trattative. C'è un'intesa generale sui punti sui quali debbono insistere eventuali misure:  allargare le garanzie sui depositi, assicurare la liquidità necessaria al sistema, ricapitalizzare le banche in difficoltà.
Ciò nonostante, la traduzione in interventi concreti è lasciata ai singoli Governi:  troppo diverse le norme, le procedure, le preoccupazioni per arrivare alla definizione di una ricetta valida per tutti. L'economia globale si è svegliata e sta scoprendo di essere molto meno globale di quanto pensasse.



(©L'Osservatore Romano 12 ottobre 2008)
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