Un sinodo
radicato nella realtà



La grave crisi finanziaria che sta scuotendo il mondo può aver contribuito a diradare l'attenzione mediatica sul Sinodo dei vescovi dedicato alla Parola di Dio. Ora che l'assise ha concluso la prima fase dei lavori, passando dalla discussione generale del tema - La parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa - a una fase dedicata alla elaborazione di proposte operative da sottoporre all'approvazione del Papa, ci si può rendere meglio conto di quanto questa assemblea sia, invece, ben radicata nel cuore dei problemi quotidiani della gente. Dalla Parola di Dio viene infatti l'annuncio che un altro mondo è possibile già ora, in attesa di quello futuro, nel quale non ci sarà più né sofferenza né morte.
Può apparire una visione audace. Ma è una certezza fondata sulla solidità della Parola di Dio che Benedetto XVI fin dall'inizio ha sollecitato a rimettere al centro della vita cristiana e delle preoccupazioni dei vescovi. Il Papa ha parlato di un nuovo realismo che, iniziando dalla Chiesa, potrebbe diventare contagioso e ha detto che per essere realisti non dobbiamo contare soprattutto sul successo, la carriera, i soldi - tutte caratteristiche del mondo che insieme alle Borse sta andando in crisi - ma dobbiamo radicarci sulla Parola di Dio, fondamento di tutto e vera realtà. Non si è trattato del classico rifugiarsi nell'intimismo in tempo di crisi, ma dell'acquisire una prospettiva del tutto nuova, ampia del vivere umano. I padri sinodali si sono posti alla scuola della Parola di Dio cercando di capire come meglio annunciarla agli altri, convinti che la comunità cristiana deve sceglierla quale metro di giudizio in eventi anche dolorosi come i conflitti endemici in tante aree del mondo e la condizione di speciale sofferenza che colpisce i cristiani in India, Africa e Medio Oriente.
La relazione conclusiva del dibattito, presentata dal cardinale Marc Ouellet, è una riuscita foto di gruppo di quanto è avvenuto nell'aula sinodale e offre argomenti per valutare in maniera più compiuta il senso e il contesto di quanto finora realizzato. Il sinodo, in quanto espressione collegiale, ha meccanismi ormai ben consolidati. Anche questa volta perciò la relazione conclusiva del dibattito è un passo importante per capire su quali punti si concentreranno i lavori dei gruppi in vista degli orientamenti pastorali finali. Finora sono stati 222 su 253 i padri sinodali intervenuti, otto gli interventi dei delegati fraterni di altre Chiese e confessioni cristiane, 18 gli interventi di uomini e donne presenti come uditori e un intervento da parte di un invitato speciale. Inoltre gli interventi non programmati sono stati quasi 150.
Nella relazione del cardinale Ouellet si spazia dalle questioni teologiche più comprensibili agli esperti a quelle più vicine e accessibili alla vita dei fedeli. Il quadro offre molti segni del radicamento dei lavori nella concretezza della vita delle comunità cristiane. È troppo presto per tirare delle conclusioni - osserva Ouellet - ma si può sperare una nuova primavera della missione. L'urgenza di annunciare il Vangelo oggi - egli scrive - è vivamente sentita da tutti i padri sinodali e le possibilità nuove offerte dalla comunicazione invitano a prendere iniziative originali per far conoscere e amare Cristo e le Scritture, per operare l'unità dei cristiani e contribuire alla giustizia e alla pace nel mondo.
Il mettersi in ascolto è stata una caratteristica di questo sinodo. Dopo le iniziali incertezze, si è ben delineato lo sforzo di rivedere come annunciare la Parola di Dio, specialmente ai giovani; come continuare il dialogo ecumenico che non va rallentato, ma intensificato dal momento che si riconosce "l'immenso contributo" della tradizione protestante alla conoscenza della Bibbia; come colloquiare con le altre religioni, l'islam in primo luogo. "Il Vangelo - scrive Ouellet - non leva nulla alla libertà dell'uomo, né al rispetto dovuto alle altre culture, né a tutto ciò che è buono in ciascuna religione. In materia di dialogo ciò che importa è di proporre senza imporre, di considerarsi come interlocutori. Il cristiano deve essere pronto a parlare e ascoltare, a donare e a ricevere". Nei confronti del popolo ebraico con cui si condivide una parte considerevole della Bibbia il sinodo ha ribadito il rifiuto di ogni forma di antisemitismo.
Sul fronte interno molto si è detto su come aggiornare la predicazione domenicale - punto spesso critico e criticato dai fedeli - e come fortificare la testimonianza cristiana. I padri sinodali prima di scegliere le indicazioni pratiche ai fedeli, si sono posti tante domande piuttosto impegnative. Ouellet ne elenca 19 da sottoporre ai lavori di gruppo, ma la relazione ne formula almeno altre 40 sui temi più urgenti e sensibili.
Nessun trionfalismo, anzi, piena coscienza della distanza tra quanto si è fatto per diffondere la Bibbia e quanto resta da fare. Le lingue nel mondo - ha ricordato un vescovo - sono più di seimila, ma la Bibbia è stata tradotta interamente solo in 480 lingue e il Nuovo Testamento in 1.168. Ne restano più di quattromila. Con un impegno anche di carattere economico. Servirà soprattutto una forte spinta di vita cristiana. A tal proposito, uno dei padri sinodali ha suggerito di riformulare il titolo del tema sinodale:  non dire "la Parola di Dio nella missione della Chiesa", ma "la Parola di Dio è la missione della Chiesa". La relazione del cardinale Ouellet ne ha tenuto conto. "Ritornare a Emmaus" - scrive - è stato l'argomento di tanti interventi. A Emmaus, due discepoli, sfiduciati, dopo la morte di Gesù, lo riconobbero risorto quando, dopo aver spiegato loro le Scritture, spezzò il pane, come all'ultima cena.

c. d. c.



(©L'Osservatore Romano 17 ottobre 2008)
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