Le elezioni negli Stati Uniti

Le certezze dei sondaggi
L'incognita del voto


di Giuseppe Fiorentino

Vincerà chi è riuscito a convincere gli elettori di poter cambiare il Paese, di essere capace di trascinarlo fuori dal cono d'ombra che la minaccia della recessione proietta sul suo futuro.
Il voto che oggi vedrà l'America scegliere  tra  il  repubblicano  John McCain e il democratico Barack Obama non è più una sfida tra le certezze dell'esperienza e il desiderio di rinnovamento. La crisi finanziaria - che ha messo in ginocchio Wall Street e che coinvolge ormai migliaia di famiglie statunitensi - ha spinto entrambi i candidati a puntare con decisione sul tema del cambiamento, soprattutto nelle ultimissime battute della campagna elettorale, quando sono stati diffusi i preoccupanti dati sulla contrazione del prodotto interno lordo statunitense. Ma a giudicare dai sondaggi, il candidato democratico è riuscito più di McCain a proporsi come futuro artefice di una netta inversione di marcia rispetto al recente passato. Il termine change ha accompagnato in modo quasi ossessivo tutta la sua campagna, che si è rivelata una delle più dispendiose della storia statunitense.
Ma anche una delle più ricche, visto che il senatore dell'Illinois è riuscito a raccogliere fondi elettorali per oltre seicento milioni di dollari. Una cifra inusuale, che ha indotto McCain a sollevare degli interrogativi sulla sua provenienza, ma che fa comunque comprendere l'importanza del sostegno di cui gode Obama.
Per lui voteranno certamente gli afroamericani, gli ispanici, i frequentatori dei salotti newyorkesi e bostoniani, i liberal post-hippie della California. Per McCain dovrebbe invece votare quella grande e trasversale massa di elettori spaventati dalla politica di tassazione delle imprese proposta da Obama e che hanno trovato in Joe l'idraulico un portavoce improvviso e certo non abituale, ma molto funzionale alla campagna repubblicana. A favore dell'anziano eroe del Vietnam si addenserà il voto soprattutto in quelle zone - e non si tratta di piccoli territori - dove la questione razziale è ancora ben viva e presente.
Restano però alcune incognite e di non poco conto. Per chi voteranno, ad esempio, le donne? Sarah Palin - la cui scelta come candidata alla vicepresidenza è stata letta proprio come un tentativo di catalizzare il voto femminile - non sarà in grado, secondo molti analisti, di conquistare il consenso delle elettrici, dopo l'uscita di scena di Hillary Clinton.
Per chi voterà, soprattutto, l'importante comunità ebraica, il cui peso non può essere ignorato da nessun inquilino della Casa Bianca? Proprio a uso degli elettori di origine ebraica vanno letti gli ultimi attacchi diretti dal ticket repubblicano a Obama accusato di una pericolosa vicinanza con un professore palestinese della Columbia University, Rashid Khalidi, che sarebbe stato portavoce dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina. McCain e Sarah Palin hanno anche attaccato il "Los Angeles Times" per aver deciso di non rendere pubblico un video girato a una festa nel 2003 in cui Obama avrebbe parlato a favore di Khalidi. "In quell'occasione - ha detto Sarah Palin - sono state dette cose pesanti su Israele e sul sostegno dell'America per quella grande Nazione. Israele è stato definito un promotore del terrorismo, invece che la vittima. E Barack era là". Obama - le cui amicizie anche giovanili sono state oggetto di spietate indagini da parte della campagna repubblicana - ha cercato di minimizzare, affermando che Khalidi ha ripetutamente negato di essere mai stato portavoce dell'Olp.
Lo stesso senatore afroamericano a più riprese ha rilasciato dichiarazioni che possono essere lette come un tentativo di ottenere il sostegno dell'elettorato di origine ebraica. Così si può interpretare l'asserita volontà di difendere Israele dall'Iran anche a costo di ricorrere al bombardamento.
Le ultime battute della campagna elettorale sono state comunque segnate dagli attacchi dei repubblicani contro Obama, il quale ha sempre reagito con un distacco che pare essere una sua nota caratteriale. McCain ha ad esempio accusato l'avversario di essere un politico che tassa e ridistribuisce e di voler ridurre gli Stati Uniti a un Paese socialista ("socialista come la Svezia", ha sottolineato un improvvido commentatore locale). Il candidato democratico ha replicato algidamente affermando che, in caso di vittoria, non esiterebbe a chiamare esponenti repubblicani nella sua compagine governativa. "Non per dare una buona impressione - ha detto - ma perché i repubblicani hanno buone idee su un gran numero di argomenti". Obama sì è così appropriato di un cavallo di battaglia di McCain, noto per la sua capacità di coinvolgere gli schieramenti avversari nelle scelte politiche più delicate.
Di una peculiarità, tuttavia, McCain non potrà mai essere privato, tanto meno da Barack Obama:  quella di essere uno strenuo combattente, uno che sa resistere e lottare fino in fondo. Lo ha dimostrato con la sua storia di prigioniero nel Vietnam e poi con la sua esperienza politica costellata di aneddoti sui modi bruschi con cui ha affrontato gli avversari. McCain non si è arreso, ha continuato nella sua lotta per conquistare gli Stati indecisi, nonostante i sondaggi sempre sfavorevoli. Ha continuato a proporre agli elettori la sua ricetta - magari un po' tardiva - di una radicale svolta rispetto al passato accompagnata dall'affidabilità e dall'esperienza di una lunga militanza politica.
Dalla sua gioca, e Obama ne è ben consapevole, il rischio di un improvviso voltafaccia degli elettori bianchi, che, nel segreto della cabina, potrebbero contraddire le dichiarazioni di voto rilasciate ai sondaggisti. È questa, in fondo, l'incognita più grossa di questo martedì elettorale. E una risposta certa si avrà solo domani.



(©L'Osservatore Romano 5 novembre 2008)
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