Il vertice g20 di Washington

Un nuovo realismo
per l'economia mondiale


di Luca M. Possati

È possibile un nuovo ordine dell'economia mondiale? Quali strumenti usare per costruirlo? Una cooperazione internazionale nella regolazione della politica economica e finanziaria può essere la strada giusta? A queste domande è chiamato a rispondere il vertice dei capi di Stato e di Governo del g20 a Washington, l'incontro fortemente voluto dall'attuale presidenza francese dell'Unione europea - nonostante qualche resistenza da parte dell'Amministrazione statunitense - con l'obiettivo di definire un piano di azione comune per affrontare le pesanti ripercussioni del crollo del sistema creditizio internazionale.
Non sarà una nuova Bretton Woods, una grande assise che stabilisca regole valide per tutti, un sistema unitario che immunizzi da futuri rischi. La conferenza del 1944 sancì la nascita di un'egemonia, quella del dollaro, rafforzata dai cambi fissi e dalla convertibilità del dollaro con l'oro venuta meno dopo la guerra del Vietnam. Si è affermato così fino ai nostri giorni il predominio di Washington, unico centro propulsore dell'economia mondiale:  un modello di capitalismo sempre più viziato nel suo fondo da illegalità diffusa, violazione frequente delle regole e ricerca del profitto a tutti i costi. I valori e i principi essenziali del liberalismo fondato sui contropoteri e sull'etica della responsabilità sono stati sconvolti. I recenti crolli dei mercati hanno mostrato che quest'epoca è finita:  non esistono più egemonie. Le ripercussioni della crisi non risparmiano nessuno.
Il primo problema, dunque, non è quali regole debbano essere fissate, ma chi debba riscriverle. Questo significa che un accordo economico non potrà prescindere da un solido compromesso geopolitico che coinvolga tutti i principali attori, economie industrializzate ed economie emergenti, senza dimenticare gli altri Paesi, quelli che a Washington non sono rappresentati. Ci vorrà tempo e fatica, e una buona dose di realismo, dovendo mettere insieme Nazioni con sistemi politici e tradizioni culturali molto diverse. Dopo lo sfascio del Comecon e del neoliberismo selvaggio, sono maturi i tempi per cercare e trovare una terza via per l'economia mondiale?
Nel giro di pochi mesi tutto lo scenario macroeconomico si è ribaltato. La volatilità dei mercati è soltanto l'aspetto più superficiale di quanto sta accadendo. Il primo aspetto di cui i leader riuniti a Washington debbono tenere conto sono le ripercussioni di questo fatto sugli equilibri politici internazionali. Gli Stati Uniti possono ancora contare sul primato nixoniano del dollaro, l'unica valuta riconosciuta come universale. Non a caso, pochi giorni prima della riunione del g20 il capo di Stato francese e presidente di turno dell'Unione europea, Nicolas Sarkozy, ha auspicato - raccogliendo sul tema l'eredità incompiuta di De Gaulle - la fine di quella che egli considera una pericolosa supremazia. E in effetti l'universalità del dollaro rappresenta ancora uno scudo difensivo per il sistema finanziario americano. Washington può sempre decidere di stampare più moneta, favorendo così l'inflazione nel mondo intero e riducendo automaticamente il peso dei propri debiti. Un metodo efficace, inaugurato dalla presidenza Nixon alla fine del conflitto in Vietnam, ma che nel tempo logora e, per contro, rafforza i creditori.
Lo sanno bene a Pechino:  i debiti, anche se svalutati, possono essere riscossi in vari modi, ad esempio trasformandoli in partecipazioni azionarie. Proprio in questo modo le autorità cinesi sono arrivate a controllare i pezzi più pregiati di Wall Street. Inutile dire che una tale leva monetaria possiede un peso non piccolo nelle strategie politico-militari. E tuttavia, anche la Cina sta pagando amaramente i costi della crisi:  la crescita comincia a rallentare, le banche entrano in difficoltà e il Governo ha già varato un massiccio piano di aiuti.
In Europa la crisi ha abbandonato le Borse per tradursi nell'economia reale. Dopo la Gran Bretagna, sono state Germania e Italia ad annunciare la recessione. Nel suo ultimo bollettino la Banca centrale europea ha confermato che l'attività economica della "zona euro" si è significativamente indebolita con il ristagno della domanda interna ed esterna e un "inasprimento delle condizioni di finanziamento". Per tutta l'economia mondiale - scrive l'istituto di Francoforte - si profila un lungo "periodo di debolezza piuttosto prolungato" durante il quale andranno affrontate "sfide di natura eccezionale" mentre le tensioni dei mercati finanziari stanno creando "un livello di incertezza straordinariamente elevato".
In un discorso a Wall Street, ventiquattro ore prima dell'apertura del vertice, il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha mostrato con chiarezza quale sarà il nodo delle discussioni nel g20. Bush ha infatti chiesto che non si ecceda con l'introduzione di nuove regole che potrebbero rivelarsi controproducenti. Non dobbiamo reinventare il sistema - ha detto - bensí "risolvere i problemi attuali", definendo "un errore" consentire che "alcuni mesi di crisi cancellino sessant'anni di successi del capitalismo". Ma nella mente degli analisti la vera questione è un'altra:  l'entusiasmo di Barack Obama cambierà qualcosa?



(©L'Osservatore Romano 16 novembre 2008)
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