Nota della Santa Sede su finanza e sviluppo alla vigilia della Conferenza di Doha

Un nuovo patto per rifondare
il sistema
finanziario internazionale


di Giuseppe Fiorentino

A Doha, capitale del Qatar, si terrà dal 29 novembre al 2 dicembre la Conferenza internazionale sul finanziamento allo sviluppo per il riesame del "Monterrey Consensus". Quest'ultimo è il documento finale della conferenza tenuta nella città messicana nel 2002 in cui vengono affrontate le grandi questioni relative al finanziamento allo sviluppo:  la mobilitazione delle risorse interne; i flussi di capitali privati; il commercio internazionale; gli aiuti pubblici allo sviluppo, il debito estero; le questioni sistemiche per dare forza al sistema monetario, finanziario e commerciale globale a sostegno dello sviluppo. Almeno nelle intenzioni, "Monterrey Consensus" dovrebbe costituire un momento di unione tra Nord e Sud del mondo, segnando anche una nuova era di cooperazione tra le Nazioni Unite - promotrici della conferenza - e le istituzioni di Bretton Woods (Banca mondiale e Fondo monetario internazionale).
Secondo le procedure delle Nazioni Unite, i lavori di revisione hanno portato alla bozza di un nuovo documento, il "Doha Draft Outcome Document", stilata con l'obiettivo di concludere la Conferenza di Doha con un testo conclusivo condiviso. In questa prospettiva, il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha elaborato una nota - pubblicata integralmente alle pagine 4 e 5 - per offrire alcuni spunti di riflessione. Il documento prodotto dal Pontificio Consiglio e approvato dalla Segreteria di Stato intende "accennare ai principali aspetti etici dei rapporti tra finanza e sviluppo e incoraggiare i Governi e tutti gli altri agenti economici a trovare soluzioni durature e solidali".
Il punto, imprescindibile, da cui parte lo strumento elaborato dall'organismo vaticano è la crisi finanziaria che in questi ultimi mesi ha letteralmente travolto i mercati e che comincia a far sentire il suo peso sull'economia reale. Una crisi che per forza di cose minaccia i già esigui traguardi raggiunti in questi anni in termini di aiuti allo sviluppo. I Paesi più poveri, inoltre, sono i primi ad avvertire gli effetti della crisi globale, anche se sono gli ultimi a essere coinvolti nelle dinamiche politiche che dovrebbero condurre a una sua soluzione. Ne è prova il recente g20 svoltosi a Washington in cui le Nazioni più deboli - quelle che una volta sarebbero state definite appunto "in via di sviluppo" - sono state escluse dal piano varato per rilanciare i mercati. Come rileva la nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, i moltissimi Paesi che non hanno partecipato al summit di Washington temono - non senza una qualche ragione - che l'evento, supportato da un'eccezionale visibilità mediatica, possa privare di impatto politico la Conferenza di Doha. Sarebbe un peccato, perché la comunità internazionale perderebbe l'occasione per rimettere a fuoco questioni di fondo importantissime per il bene dell'umanità. E il finanziamento allo sviluppo - come sottolinea la nota vaticana - è una di queste.
Tra le tante questioni affrontate dal documento del Pontificio Consiglio - tutte di fondamentale importanza per individuare strumenti adatti a rispondere alle esigenze dell'attuale situazione - spicca quella relativa alla necessità di un nuovo "patto" finanziario internazionale. Siamo di fonte alla necessità di una semplice revisione - ci si chiede - o di una vera e propria rifondazione del sistema delle istituzioni economiche e finanziarie internazionali? La risposta non è facile, ma di fronte alla crisi "appare chiaro che la sovranità nazionale è insufficiente". Anche nel ridisegnare le politiche e le istituzioni internazionali è giusto che non si giunga ad accordi esclusivi tra Paesi "grandi", ma si rilanci uno spazio di cooperazione inclusivo. Dando voce a chi, finora, è rimasto escluso.



(©L'Osservatore Romano 23 novembre 2008)
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