Per un «new deal» solidale

Una storia di Natale


di Ettore Gotti Tedeschi

Sembra che il presidente eletto degli Stati Uniti cominci a essere meno ottimista circa una soluzione rapida della crisi. È un atteggiamento comprensibile:  negli ultimi dodici mesi il suo Paese ha perso due milioni di posti di lavoro. Più di cinquecentomila nel solo mese di novembre. Per favorire l'occupazione si pensa di sostenere la domanda interna e la capacità produttiva. Non riuscire a farlo significherebbe maggiori costi - anche sociali - relativi al crollo dello sviluppo. Ma il problema non può essere risolto da soli. Una soluzione può essere invece trovata in un modello di new deal solidale con i Paesi poveri.
Conosco una significativa storiella che pare riassumere genesi e soluzione della crisi attuale. Sotto le feste di Natale, un giovane finanziere di Wall Street (un cosiddetto yuppie), che per molti anni aveva contribuito a creare falsa ricchezza inventandosi soluzioni finanziarie nefaste, viene finalmente licenziato ed entra in difficoltà economiche. Anziché cercare di rimettersi a lavorare seriamente per produrre vera ricchezza e magari pagare qualche debituccio, inventa un altro trucco per risolvere i suoi problemi e non perdere i suoi privilegi.
Identifica un'ereditiera, la corteggia, e decide di chiedere la sua mano comprandole un antico collier di diamanti, degno di un magnate della finanza. Il prezioso oggetto costa centomila dollari e viene pagato con un assegno, naturalmente scoperto, che viene accettato, essendo il giovane un cliente abituale, e solvente, della gioielleria. Il collier era stato affidato al gioielliere, per essere venduto, da un'anziana nobile vedova decaduta. Qui comincia la "catena di sant'Antonio". Il gioielliere invece di versare l'assegno lo gira a un concessionario di auto di lusso per comprare una fuoriserie di valore equivalente. Girando lo stesso assegno, il concessionario compra in una galleria d'arte il quadro di un pittore alla moda. Il proprietario della galleria gira a sua volta l'assegno a un mobiliere per cambiare l'arredamento al suo negozio. E così via fino al decimo destinatario dell'assegno, il quale, essendo un filantropo e trovandosi sotto Natale, lo dona in beneficenza. Il beneficiario versa finalmente l'assegno in banca, venendo così a sapere che è scoperto.
Qui viene la lezione significativa di intelligente solidarietà. Il filantropo interloquisce con tutti i giratari dell'assegno che naturalmente rivendicano la buona fede. Il rischio sembra così cadere sul destinatario della beneficenza. Ma il filantropo, anziché denunciare l'ultimo debitore e avviare un'azione legale, riunisce tutte le persone nelle cui mani è passato l'assegno e propone di ripartire il suo importo, cioè la perdita, in dieci parti proporzionate al margine di guadagno di ogni transazione - inclusa la somma concordata con la sfortunata vedova che aveva dato il collier in conto vendita - confermando così la beneficenza. Accettando, tutti i commercianti scoprono di non avere perso praticamente nulla - dividendo la perdita e rinunciando solo a parte del margine di utile - e di avere contribuito alla carità del filantropo. Persino il truffatore mantiene il suo collier (così si spiega come i furbetti troppo spesso restino indenni).
Dov'è la lezione? È nella capacità dei dieci commercianti di sedersi intorno allo stesso tavolo e, invece di litigare, di ripartirsi in modo solidale la perdita. Senza penalizzare nessuno, anzi trasformando il valore della perdita stessa in aiuti ai veri bisognosi.
I responsabili del nostro mondo in crisi, truffato da yuppie che hanno immaginato e generato falsa ricchezza egoistica, dovrebbero fare lo stesso. Dovrebbero sedersi intorno a un tavolo e ripartirsi equamente l'errore, provvedendo a chi soffre maggiormente della crisi. Ciò può avvenire se il governante illuminato riconosce che lo sviluppo economico egoistico dei Paesi ricchi, oltre a ignorare quelli poveri, è stato proprio il fattore che ha pregiudicato la capacità di produrre ricchezza sostenibile per tutti. Ma come per i commercianti truffati della storiella, che avevano alti margini per assorbire i danni, anche i Paesi ricchi hanno ancora elevata ricchezza e capitali costituiti da beni reali, quali capacità produttiva, tecnologie, immobili, risparmi. Tutto ciò non è perso. Va solo sostenuto nel suo valore per utilizzarlo con una prospettiva di crescita reale estesa ai Paesi poveri.
Il mondo ricco ha dato vita a una sovracapacità produttiva per sovrasoddisfarsi. Ma essa ora non può più essere utilizzata. O la riduciamo ai livelli reali delle nostre capacità (creando disoccupazione e depressione) o la trasferiamo a chi non ha nulla, mantenendo la nostra occupazione e finanziando con i nostri risparmi - ancora cospicui - questo trasferimento di ricchezza. Che è in realtà un investimento a lungo termine. Siamo davvero certi che durante la grande crisi degli anni Trenta ci sarebbe stata tanta miseria se, invece di creare nuove grandi posizioni di potere economico, si fosse cercata una soluzione solidale?



(©L'Osservatore Romano 15-16 dicembre 2008)
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