La crisi nel Vicino Oriente

Si rischia un punto di non ritorno


di Luca M. Possati

La guerra "a bassa intensità" che giorno dopo giorno, per oltre due anni, Israele e Hamas hanno combattuto al confine della Striscia di Gaza si è trasformata in un conflitto su vasta scala. Il movimento di resistenza islamico non poteva non tenere conto del fatto che, prima o poi, alle provocazioni, alle minacce e all'odio sarebbe seguita una risposta. Certo era imprevedibile un attacco di tali proporzioni. Se le pressioni della comunità internazionale si fermeranno alle condanne delle violenze senza produrre soluzioni concrete, il rischio è quello di un "effetto domino" a livello globale, con la progressiva radicalizzazione dei principali attori della regione e un'ondata di attentati terroristici in tutto il mondo. E con lo spettro, sullo sfondo, di un'incontrollabile escalation nucleare. Un punto di non ritorno.
Fin dalla sua fondazione - dopo la separazione dai Fratelli Musulmani nel 1987 - Hamas si batte per la cancellazione dello Stato ebraico dalle mappe geografiche e considera un tradimento gli accordi di Oslo firmati da Yasser Arafat. Contro tutte le aspettative, se l'offensiva israeliana continuerà, esacerbando le condizioni di vita del milione e mezzo di persone che vivono a Gaza - già stremate dall'embargo - essa potrebbe andare a cementare le divisioni tra le fazioni palestinesi e il consenso popolare attorno al movimento islamico dentro e fuori i Territori.
Le manifestazioni di solidarietà che hanno avuto luogo in questi giorni in molte città della Cisgiordania sono un segnale da non sottovalutare in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio legislativo dell'Autorità palestinese (Ap). Il mandato del presidente Ap Abu Mazen, leader dell'Olp, scade il 9 gennaio e Al Fatah - che spinge per un rinvio del voto di almeno un anno - è ormai un partito in difficoltà, con la popolarità ai minimi storici. Gli ultimi tentativi di una ripresa del dialogo tra le fazioni grazie alla mediazione dell'Egitto sono falliti. È ancora aperta la ferita degli scontri del giugno 2007, quando i miliziani di Hamas assunsero il pieno controllo della Striscia di Gaza estromettendo i dirigenti di Al Fatah e i clan legati al partito. Gli esponenti del Governo di emergenza dell'Ap in Cisgiordania sono solidali con i "fratelli di Gaza":  "siamo uno stesso popolo", dicono, ma al contempo criticano l'atteggiamento di Hamas, accusandolo di avere fornito a Israele una formidabile occasione. Gli uomini di Ismail Haniyeh ribattono:  "Abu Mazen non è più presidente; ha collaborato con gli autori di una strage".
Se Hamas fa la voce grossa, è perché può contare su una fitta rete di relazioni internazionali. È vero, la maggioranza del mondo arabo sostiene la pace, come dimostrano le molte critiche al comportamento di Hamas, e l'attacco di Tsahal ha ricompattato questo fronte moderato. Ma nei campi profughi palestinesi in Libano si moltiplicano le manifestazioni di sostegno a Gaza ed Hezbollah si è detto pronto ad attaccare. In Iran l'ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica islamica, ha incitato tutti i musulmani del mondo alla lotta definendo Israele un "Paese usurpatore". Secondo il leader iraniano, "la catastrofe più grave è che alcuni Governi arabi che si dichiarano musulmani incoraggino il silenzio". Un vertice straordinario della Lega araba è stato convocato per venerdì prossimo a Doha. Le divisioni interne rendono assai difficile che dall'incontro possano emergere vere soluzioni.
La leadership israeliana ha giustificato l'attacco a Gaza puntando il dito contro i quotidiani lanci di razzi da parte dei gruppi armati palestinesi contro il suo territorio e precisando che si è trattato di un'operazione volta a colpire solo le basi di Hamas, evitando obiettivi civili. Ma è difficile non pensare - come fanno molti analisti - che sulla decisione abbiano pesato i calcoli in vista delle elezioni politiche del 10 febbraio. Per sostenere il Kadima alla ricerca di consensi il premier dimissionario Ehud Olmert - e soprattutto Tzipi Livni, leader del partito fondato da Sharon dopo l'abbandono del Likud - vuole far dimenticare il fallimento del conflitto con gli Hezbollah libanesi nell'estate 2006, le dure conclusioni del Rapporto Winograd e la crisi politica che esse innescarono nella coalizione. E questo interessa anche a Ehud Barak, capo dei laburisti dell'Avoda, in drastico calo nei sondaggi.
I dubbi però ci sono. Con la decisione del ritiro unilaterale da Gaza nel 2005 Ariel Sharon si era incamminato sulla strada giusta, dando l'opportunità ai movimenti palestinesi di iniziare a lavorare insieme per creare un proprio Stato e abbandonare la lotta armata. Poi però la situazione è degenerata. Molti israeliani s'interrogano oggi se la sola soluzione militare possa portare a qualche risultato:  che interlocutori troverà Israele in futuro se oggi si lascia andare alla logica della risposta armata? Lo Stato ebraico non può più continuare a pensare di essere sicuro affidandosi esclusivamente alla soluzione militare:  la sola idea di sicurezza possibile deve passare attraverso il dialogo con tutti, persino con chi non lo riconosce. L'alternativa è l'isolamento, anche nel suo stesso interno. Il boicottaggio della consueta riunione domenicale del Governo da parte del ministro dello sport e della cultura, l'arabo israeliano Ghaleb Majadla, è stato un avvertimento:  gli arabi che vivono in Israele sono solidali con Gaza e - come avvenuto nelle scorse settimane a Hebron - la tensione potrebbe sfociare in scontri di una violenza inaudita.
La comunità internazionale dovrà darsi da fare per ricomporre le fila dello scacchiere mediorientale. Il fallimento delle intese di Annapolis e la crisi economica internazionale hanno limitato il potere negoziale degli Stati Uniti nell'area. Washington non può più agire da sola. Secondo fonti vicine al presidente eletto Barack Obama, saranno tre le iniziative che verranno assunte fin da subito dalla nuova Amministrazione:  una dichiarazione di principio per rilanciare i negoziati di pace; la nomina di un "supermediatore" per gestire passo dopo passo le trattative; aprire contatti diplomatici con quelle potenze regionali che possono contribuire alla soluzione della crisi, Iran incluso. Il primo compito, però, sarà isolare Hamas, bloccando l'afflusso delle armi verso Gaza e le azioni terroristiche, e cercare di ridare condizioni di vita accettabili alla popolazione della Striscia. Misure, queste, che potrebbero già essere discusse nel vertice sul Medio Oriente che Mosca da tempo sta preparando.



(©L'Osservatore Romano 29-30 dicembre 2008)
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