Benedetto XVI e la speranza

Chi ci aiuta a vivere


Nel mezzo di una crisi economica dai contorni devastanti per gran parte dell'umanità si registrano conflitti acuti e persistenti in diverse aree del mondo. Ultimo, denso di incognite ma non improvviso, la rappresaglia di Israele nella Striscia di Gaza. L'anno nuovo che giunge si trascinerà i tanti problemi rimasti insoluti nell'anno che se ne va. È in questo navigare a vista, nell'involuzione della speranza che blinda  il  cuore  di  tanti,  che  Benedetto XVI ha qualcosa di significativo da dire. In tempi difficili emerge meglio l'intensità della sua riflessione sulla fede, mai banale, mai impositiva. Egli è un Papa di pace in tempi di guerra, ossia nelle stagioni - come la nostra - in cui prevalgono le polemiche, le incomprensioni sino al ricorso alle armi invece che alla verità e ai diritti umani.
La fede in Papa Ratzinger è, infatti, discorso sulla speranza che apre a quello sul senso di ogni esistenza. Chi ci aiuta a vivere? È la questione che percorre l'intera riflessione cristiana di Benedetto XVI. Si tratta di una domanda che egli ha posto sempre anzitutto a se stesso, ma che rivolge alla Chiesa e a ogni uomo e donna. È una prospettiva esistenziale, incarnata nella vita di ogni giorno che per tanti, troppi, è impastata di fatica.
È dunque un dialogo sulla vita e le sue vicissitudini che il Papa intende tenere aperto con tutti. Senza segreti obiettivi o ricerca di egemonie. Se si torna a sfogliare il suo discorso di inizio pontificato, si trova una definizione impegnativa e limpida di coloro che - il successore di Pietro in testa - sono chiamati ad annunciare il vangelo:  "Noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini".
È un compito non facile dal momento che non sempre viene capito in questi termini. Occuparsi di Dio costringe a rifare i giochi in tutti i campi. È come riprendere da capo una partita a scacchi:  cambiano le strategie perché c'è una illuminazione nuova.
Ratzinger ha detto e ripetuto di voler mettere a confronto la vita di ogni giorno con Dio, presentato come un caso serio, l'unico capace di portare gioia duratura.
Più che intransigente, Benedetto XVI appare esigente, a cominciare dalla sua Chiesa, perché il dover mettere Dio al centro le richiede conversione, negli uomini e nelle strutture.
Ma esigente si rivela pure nel rapporto tra fede e ragione a motivo della importanza stessa del dialogo proposto. Quando il colloquio diventa impegnativo per la vita - e il dialogo tra fede e ragione lo diventa sempre - può essere comodo ogni diversivo, e perfino mettere sul banco degli imputati il proprio interlocutore. Capita pure ai papi di trovarsi pregiudizialmente accusati di ogni sorta di responsabilità.
"Chi si occupa della vita e dell'opera di Ratzinger - si legge in proposito nella postfazione del volume Chi ci aiuta a vivere? - incontra un intelligente e saggio pensatore, i cui giudizi possono essere controversi, ma sono sempre differenziati e ben fondati. Si viene a conoscere un pastore che coglie con sensibilità le preoccupazioni e i bisogni dell'uomo di oggi e cerca di dare risposte che servono di orientamento. Appare un uomo di Chiesa che diagnostica con occhi limpidi i problemi della Chiesa e del mondo, si interroga sulle loro cause e cerca le possibili soluzioni. E ci si accosta a un uomo di preghiera, che nella fede fiduciosa in una sorgente che ci fa vivere, cerca di schiudere questa fonte anche ad altre persone".
Che nel Papa sia dominante la preoccupazione per affermare una vita spirituale nella Chiesa e nel mondo appare evidente dai suoi insegnamenti. Si ricordino per tutti le due encicliche sulla carità, all'inizio del pontificato, e sulla speranza. Quest'ultima usciva al termine dello scorso anno e presentava una lettura della storia a partire dalla promessa cristiana di una vita futura. Senza questo orizzonte non si comprende neppure la Chiesa. Ripresa in mano a un anno di distanza, quell'enciclica aiuta a cogliere ciò che sta davvero a cuore a Benedetto XVI, la conversione che richiede ai credenti, le realtà divine che possono avere un'eco universale e sulle quali è sempre attuale, in ogni generazione, riannodare i pensieri di tutti. Al centro della speranza cristiana vi è Cristo, colui che nel pensiero di Ratzinger giudicherà la storia con il metro dell'amore. È una visione ottimistica del futuro:  "Nel momento del giudizio sperimentiamo e accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male del mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia".
Dalla grande prospettiva finale della storia l'attuale Pontefice trae la scelta di operare per la pace, considerata anticipazione del Regno di Dio. È da quello sguardo sul presente a partire dalla fine dei tempi che egli ha scelto il nome di Benedetto e predica la riconciliazione.

c. d. c.



(©L'Osservatore Romano 31 dicembre 2008)
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