La situazione dell'economia mondiale

Diagnosi e cura della crisi


di Ettore Gotti Tedeschi

L'attuale crisi economica sembra più assimilabile a una malattia che a una ferita. Una malattia infatti può essere molto più grave di una ferita e per essere curata deve ovviamente essere diagnosticata in modo corretto. Altrimenti si corre il rischio di usare una terapia inappropriata, capace di creare danni anche peggiori. Per ricorrere a un solo esempio, alla grave crisi anche economica che colpì la Germania dopo la prima guerra mondiale si rispose con lo sviluppo dell'industria bellica che portò a un rilancio dell'occupazione. Ma il conflitto e le spaventose tragedie che ne seguirono causarono decine di milioni di vittime. Allora fu questa situazione a forzare le scelte economiche, mentre oggi bastano esperienza e buon senso. Perché in realtà non c'è bisogno di scelte drastiche per risolvere la crisi, ma solo di decisioni adeguate.
Gli errori che condussero negli Stati Uniti alla crisi del 1929 - esattamente ottant'anni fa - furono causati dalle incertezze delle politiche deflazionistiche, con la riduzione del potere di acquisto a fronte di un'enorme capacità produttiva inutilizzata, a sua volta basata su un Pil gonfiato (come accade oggi). La crisi si sarebbe risolta in tempi brevi se solo si fossero sostenute da subito la capacità produttiva e l'occupazione. Oggi la situazione è praticamente la stessa e la nostra sovracapacità produttiva può essere assorbita dalla domanda potenziale dei Paesi poveri, i quali sarebbero così aiutati  nella  loro  crescita,  potendo anche concorrere al risanamento comune.
La crisi del 1929 è stata evidentemente diversa da quella attuale, ma ha elementi in comune con essa:  pur avendo origini differenti, entrambe sono state aggravate da spinte consumistiche a debito miranti a creare una crescita fittizia del Pil, ed entrambe hanno permesso la speculazione sulla crescita delle borse; entrambe, poi, hanno prodotto espansione del credito a tassi bassi e sovracapacità produttiva. Ma, a differenza del 1929, la sovracapacità produttiva è oggi immensa - basti pensare ad alcuni Paesi asiatici - e, in certi casi, ha costi bassissimi. La bolla da assorbire è quindi molto più grande. La crisi, perciò, si può e anzi si deve risolvere coinvolgendo e beneficiando le economie più povere.
I tentativi di soluzione della crisi compiuti dal 1929 al 1933 dal presidente statunitense Hoover fallirono perché vennero applicati senza convinzione e con contraddizioni (le opere pubbliche vennero stimolate cercando di evitare il deficit di bilancio). Il presidente Roosevelt, con il suo New Deal, riuscì invece nell'impresa perché ebbe la determinazione di applicare misure dirigistiche necessarie e finalmente appropriate (stimolo della spesa pubblica, pianificazione della produzione, blocco dei salari, blocco della speculazione), essendo costretto ad attuare una politica economica autarchica e protezionistica, e soprattutto svalutando il dollaro per controllare le importazioni e il deficit. Nella prima fase della crisi del 1929 - quando cioè si sbagliò la diagnosi - si ebbero conseguenze che oggi devono essere evitate a tutti i costi. La capacità produttiva si ridusse del cinquanta per cento, l'occupazione del trenta. Furono licenziati persino i vigili del fuoco, i poliziotti e gli insegnanti. I tassi di interesse furono praticamente azzerati (dal 5 allo 0, 6 per cento) e i risparmi, tra il 1929 e il 1933, vennero ridotti di quasi l'ottanta per cento. I redditi diminuirono di circa il cinquanta per cento, i consumi primari del quaranta. Conseguentemente anche le attività filantropiche si ridussero di circa il trentacinque per cento.
Oggi la crisi economica e finanziaria dei Paesi ricchi - assimilabile appunto a una malattia infettiva - può e deve essere diagnosticata subito per trovare una cura appropriata. Se venissero infatti contagiati i Paesi poveri, essi non sarebbero in grado di sopportare un simile flagello. Ma proprio in questi Paesi è riposta la speranza di una cura.



(©L'Osservatore Romano 1 gennaio 2009)
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