Benedetto XVI e il discorso al Corpo diplomatico

Il tempo della responsabilità


Tra i catastrofisti del nostro tempo è sempre più difficile collocare Papa Ratzinger e dopo il suo discorso al Corpo diplomatico anche i più prevenuti nei confronti del vescovo di Roma possono farsene una ragione. L'incontro di inizio anno con la diplomazia mondiale per il Papa non è mai frutto di improvvisazione o circostanza di pura cortesia. Esso rispecchia invece le attenzioni primarie che alimentano l'azione della Santa Sede al servizio della pace e dell'evangelizzazione e svelano il senso del magistero sociale della Chiesa cattolica:  è dunque una lettura ben ponderata degli eventi.
Passando in rassegna le tante situazioni di sofferenza nelle varie aree del mondo, Benedetto XVI ha scelto di guardare in avanti, privilegiando il punto di vista educativo come via che può aprire nuovi percorsi alla politica e all'economia ormai in grave affanno e sempre meno capaci di lenire disagi di vita quotidiana.
Dopo il discorso ai diplomatici si coglie con più evidenza che la lettera inviata  nel  gennaio  2008  da  Benedetto XVI alla diocesi e alla città di Roma sull'emergenza educativa non è stata un intermezzo. Conteneva, invece, una indicazione strategica per frenare una deriva che in tanti lamentano. L'educazione si regge, infatti, sulla credibilità degli educatori e sull'ascolto dei giovani i quali, con propri linguaggi, lasciano intravedere agli adulti quanto nella società e nelle istituzioni non funziona o ha perduto il senso originario.
Prima che alla società civile e politica, il Papa sta applicando a sé e alla sua Chiesa questo metodo di ascolto, da cui scaturisce la capacità di proporre quei valori che servono anche in  ambito  economico  a  "costruire una nuova fiducia" nella vita di ogni giorno.
"Ciò - ha detto agli ambasciatori - può essere realizzato solo attraverso l'attuazione di un'etica basata sulla dignità innata della persona umana. So quanto ciò sia impegnativo, ma non è un'utopia! Oggi più di ieri, il nostro futuro è in gioco, così come il destino stesso del nostro pianeta e dei suoi abitanti, in primo luogo delle giovani generazioni che ereditano un sistema economico e un tessuto sociale fortemente compromessi. Sì, signore e signori, se vogliamo lottare contro la povertà, dobbiamo investire soprattutto nei giovani, educandoli a un ideale di vera fraternità".
In altri termini, per il Papa è venuto il tempo della responsabilità, della lettura degli eventi non come frutto di una cieca casualità ma come risultato di scelte umane. Il punto di vista educativo permette alla politica e all'economia di rigenerarsi perché le libera dagli interessi di parte e le costringe a interrogarsi sulla bontà delle scelte proposte.
Uno dei più gravi disagi del pianeta - rileva Benedetto XVI - è il numero eccessivo di poveri dovuti allo squilibrio delle risorse. La povertà, di conseguenza, si combatte "se l'umanità è resa più fraterna tramite valori e ideali condivisi, fondati sulla dignità della persona, sulla libertà unita alla responsabilità, sul riconoscimento effettivo del posto di Dio nella vita dell'uomo".
Anche la pace diventa possibile se c'è solidarietà tra gli uomini. Dal momento che la pace viene siglata e garantita dai leader delle nazioni, è una conseguenza logica che soltanto dirigenti convinti e mossi dalla solidarietà tra tutti gli uomini saranno in grado di perseguire davvero la pace.
Nonostante gli sforzi di tanti, la pace nel mondo è lontana. A questa osservazione quasi ovvia il Papa ne aggiunge altre due, terribilmente impegnative:  per costruire la pace, occorre ridare speranza ai poveri, combattendo la fame e il degrado ambientale. Dal punto di vista educativo ciò esige un rovesciamento di priorità nell'agenda sociale mondiale. "È noto - ha obiettato in questi giorni a un convegno su sistema educativo preventivo e i diritti umani don Pascual Chávez, nono successore di don Bosco - che gli interessi economici fissano le priorità della società materialista e che la pubblicità, l'incitamento al consumo, è la bacchetta magica usata dall'insaziabile avidità delle multinazionali. Solo le società aggressive e competitive sussistono e questo stile è entrato anche negli enti e nelle associazioni educative. Cosa fare allora?". Occorre che la proposta educativa sia capace di generare cultura e di porre la società in "stato di educazione".
Benedetto XVI ha cominciato a dare risposte, che aiutano a consolidare il tempo della responsabilità, relegando nel passato prossimo quell'era di "profonda irresponsabilità" denunciata anche dal presidente eletto degli Stati Uniti.

c. d. c.



(©L'Osservatore Romano 10 gennaio 2009)
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