I preparativi per l'insediamento di Barack Obama

Washington come Berlino
Cade un altro muro


da Washington Giulia Galeotti

Lo scrittore e saggista afroamericano Darryl Pinckney ha tracciato un parallelo tra l'entusiasmo popolare nelle fredde notti del novembre 1989 e del novembre 2008. La caduta del muro di Berlino e l'elezione di Barack Obama a quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti avrebbero in comune la sensazione di grande speranza per il futuro, l'impressione che un'era sia terminata, che da un momento all'altro si sia prodotto un cambiamento profondo e radicale, capace di dare a entrambi i Paesi l'occasione per riscattarsi da una parte del proprio passato. Anche se Obama non ha affatto incentrato la sua campagna sul fattore razziale, e sebbene la sua elezione non possa certamente rappresentare la fine del pregiudizio nella società americana, è però indubbio che il suo ingresso alla Casa Bianca, tra le altre cose, costituisca una sorta di liberazione dal peccato originale della schiavitù. Il parallelo tracciato da Pinckney è interessante anche perché coglie il senso di incertezza sotteso ai due eventi:  la riunificazione della Germania e l'elezione di Obama sono legate dal doppio filo delle speranze e degli interrogativi.
Di certo, girando in questi giorni per le vie di Washington la gioia e l'euforia collettiva sono palpabili. Mentre si procede con gli ultimi preparativi attorno al National Mall, la Casa Bianca, il Campidoglio e il Lincoln Memorial - dove domenica ha avuto luogo un grande concerto al quale ha assistito lo stesso presidente eletto - già da qualche giorno tanta gente, sorprendentemente incurante del freddo (il termometro è arrivato anche a meno 10) passeggia e cammina sventolando le bandiere, scattando foto, riprendendo con le telecamere, perfino intonando cori. Barack Obama, del resto, è presente ovunque. Negli infiniti gadget di tutte le forme e per tutte le tasche che si possono acquistare ovunque (dai magazzini di lusso ai banchetti per strada gestiti in prevalenza da neri e immigrati), sulle copertine di quotidiani, riviste e libri, sugli autobus e in metro. C'è un biglietto speciale per questo lungo week-end di festeggiamenti, che - complice anche il Martin Luther King Day che si festeggia lunedì - vede scuole e  uffici  chiusi  per  due  giorni  di vacanza.
Stando al "New York Times" di domenica, però, quello degli americani sarebbe un entusiasmo consapevole e maturo. Inequivocabile in questo senso l'esito dell'ultimo sondaggio Nyt-Cbs, condotto tra l'11 e il 15 gennaio in un campione sparso per tutto il Paese. Problems temper hope:  pur sicura che il nuovo presidente sarà in grado di cambiare le cose - e, in particolare, di realizzare il promesso trittico di ripresa economica, riforma sanitaria e fine della guerra in Iraq - la gente sarebbe tuttavia consapevole che v'è bisogno di tempo, che non si potrà realizzare tutto e subito. Il campione è disposto a concedere almeno due anni di pazienza alla nuova amministrazione (secondo il 61 per cento degli intervistati tra quattro anni le cose andranno molto meglio, mentre in aprile la percentuale era del 39 per cento). Tale consapevolezza sarebbe il primo risultato raggiunto da Obama, che sin dal discorso di Chicago dopo la vittoria elettorale ha cercato di far capire che il cambiamento passerà per un futuro prossimo di anni non facili. E anche domenica, parlando alle centinaia di migliaia di persone riunite al Lincoln Memorial, Obama ha sottolineato che la strada sarà lunga e piena di battute di arresto. "Ma - ha aggiunto - resto pieno di speranza:  il sogno dei nostri padri fondatori proseguirà anche nella nostra era così piena di sfide".
Il presidente eletto non solo è un abile oratore - come già era ai tempi di Yale - ma ha consapevolmente posto l'oratoria al centro della sua identità politica. Se è indubbio che la campagna elettorale è stata guidata dal potere della parola dei discorsi di Obama, tra le poche cose certe della prossima presidenza v'è sicuramente quella di un utilizzo mirato e oculato della parola. Un uso della parola che continuerà, intelligentemente, a ispirarsi allo spirito di riconciliazione nazionale di Lincoln, l'amato presidente, quello dell'abolizione della schiavitù (che gli Stati Uniti si apprestano a festeggiare). Quel Lincoln sulla cui Bibbia Obama giurerà martedì.



(©L'Osservatore Romano 19-20 gennaio 2009)
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