Aspettando
l'enciclica sociale


La crisi internazionale che in crescendo attanaglia uomini, donne e famiglie dei Paesi ricchi e poveri e semina sgomento, chiedendo a ciascuno una nuova lettura della storia, è una prova del nove anche per misurare lo spessore del magistero di Benedetto XVI. Le luci crepuscolari che si sono addensate sull'occidente sono un contesto che favorisce una lettura serena, libera da pregiudizi ideologici, dell'azione del Pontefice che si va dispiegando sempre meglio facendo apparire frettolose, quando non fatue, le letture schematiche.
Il Papa ha un pensiero per uscire dalla crisi. Non nel senso di ricette economiche specifiche capaci di ripristinare l'ordinato flusso nel rapporto capitale e lavoro, finanze e bisogni di famiglie e imprese. Ma perché da questa crisi non si esce senza una speranza che sia più credibile di quella che viene solo dai mercati e dalle teorie economiche. Per farcela occorre ricuperare ragioni per vivere. La depressione economica si supera se si vince la depressione ideale e l'appassirsi della speranza.
È a questo crocevia tra il cuore e la capacità programmatica delle risorse che si pone la parola di Papa Ratzinger. Dove è un bene per tutti dialogare con le sue sollecitazioni intellettuali e religiose, e dove può apparire ragionevole e plausibile la saggezza cristiana che egli chiede di far entrare con rinnovata cittadinanza nella società degli uomini d'oggi. C'è attesa per l'annunciata enciclica sociale di Benedetto XVI. Ma è lo stesso Papa a non voler essere preso come un oracolo. Egli preferisce un ritorno alla ragione perché senza questo ritorno diventa difficile anche valutare e apprezzare la serietà della proposta cristiana.
Il messaggio per la Giornata mondiale della gioventù è un esempio concreto di quale spirito potrebbe animare la prossima enciclica. Tanto da pensare che per coglierne il senso in profondità potrebbe essere utile rileggere l'enciclica, Spe salvi, che mostra in maniera solare come il ragionare del Pontefice porti sempre alle ultime conseguenze ogni umana ricerca.
Benedetto XVI vorrebbe altrettanto che i grandi principi di amore, distintivi dell'essere cristiani, fossero portati alle conseguenze. Chiede di prendere sul serio il Vangelo. Rivitalizza con questa fonte il senso di appartenere alla Chiesa che definisce "la grande famiglia dei cristiani". I cristiani autentici non sono mai tristi nonostante le difficoltà e le prove perché essi sanno che Cristo è un vivente. I cristiani sono parte del "popolo della speranza" formato da profeti e santi di tutti i tempi che hanno seguito l'esempio di Abramo che si fidò di Dio contro ogni speranza.
L'intento del Papa è quello di trovare un modo convincente per incoraggiare l'attuale generazione a fidarsi di Dio. E a tenerlo presente in ogni scelta di vita personale e collettiva.
Non si nega autonomia alla politica, alla scienza, alla tecnica, all'economia e a ogni altra risorsa materiale quando si dice che da sole "non sono sufficienti per offrire la grande speranza a cui tutti aspiriamo". Il Papa ricorda semplicemente che da sole non bastano a risolvere ogni genere di problema. È il nostro cuore infatti a voler sapere un di più e, se questo manca, continuiamo a vivere nello scontento pure in mezzo all'abbondanza di benessere.
Benedetto XVI è un Papa giusto per un tempo di crisi perché sa confortare e indica un ragionevole percorso per uscirne fuori insieme anziché ciascuno per sé. Prima ancora che si delineassero i disastri bancari che hanno scoperchiato la voragine economica rischiosa per tutti, il Papa ha posto due grandi questioni:  quella dell'amore e subito dopo quella della speranza, "centro della nostra vita di esseri umani e della nostra missione di cristiani, soprattutto nell'epoca contemporanea". Infine, l'affidare a un messaggio destinato ai giovani, la riflessione su così grandi questioni di comune interesse, rimane un segnale di metodo per quanti sono coinvolti nel compito di educare.

c. d. c.



(©L'Osservatore Romano 5 marzo 2009)
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