Servono pensieri nuovi


Nella lettera del Papa ai vescovi non c'è scritto, ma la sua lettura coscienziosa chiede a quanti nella Chiesa abbiano qualche responsabilità di fare un passo indietro. Non per fermarsi nell'immobilismo, ma per ripartire con il piede giusto prima che i guasti siano irreparabili. Benedetto XVI è un vero riformista e per cogliere questa sua dimensione costitutiva servono pensieri nuovi, sgomberando il campo dai detriti tipici di una comunicazione fondata sul logorato cliché di conservatori e progressisti contrapposti. Ratzinger si muove dall'ottica della missione con la quale legge i fatti del mondo. Ne ha dato prova nelle sue encicliche, scrivendo alla Chiesa cattolica nella Cina, nei messaggi sulla pace e la comunicazione, nei viaggi e, da ultimo, alla vigilia della sua visita in Africa.
La Chiesa non va avanti e cessa di essere segno del Vangelo se ciascuno vede il suo particolare e lotta per affermarlo. Benedetto XVI va ripetendo all'infinito che l'iniziativa parte da Dio. È un'ottica diversa rispetto alle dinamiche attuali della comunicazione che punta a esaltare il divo, il leader risolutore, il marchio di fabbrica, il vincente. Stare nella Chiesa non è una gara secondo le categorie mondane e politiche. In una parola Papa Ratzinger chiede di rovesciare il criterio dell'apparenza per divenire quello che ogni credente è chiamato a essere:  un discepolo di Gesù. È da questa prospettiva che occorre valutare la congruità del servizio che si rende alla Chiesa e alla gente. È dal grado di responsabilità e di coerenza con cui ognuno vive la propria vita e il proprio ruolo - dal più appariscente al più nascosto - che discende il buon andamento nella vita dei fedeli e nelle istituzioni cattoliche.
La lettera del Papa ai vescovi propone una lettura molto realista del dibattito nella Chiesa. Essa è anzitutto una presa di responsabilità di Benedetto XVI come successore di Pietro. Un compito che egli non vive in solitudine perché conosce la Chiesa e sente vivo il carattere collegiale della successione apostolica. E credere alla collegialità significa anche ricorrere a un governo nel quale le persone e il consenso motivato vengono al primo posto. Auspicare una Chiesa più fraterna e poi attendersi risultati quasi esclusivamente in termini di efficienza formale, è una contraddizione. La capacità di rimboccarsi le maniche nella Chiesa è più moderna e aperta della semplice abitudine a criticare comunque. Allo stesso modo non si è più fedeli al Vangelo solo perché ci si attesta con caparbietà su forme rituali o espressive del passato.
La lettera del Papa dà un segnale. Ci sono segni più eloquenti delle parole e già più volte egli ha lasciato capire di volere persone leali e responsabili. Ciò significa competenza e abitudine a parlare con franchezza e carità. Anche l'ipocrisia è dannosa nella Chiesa. La proposta di un anno per il rinnovamento della vita sacerdotale porta alla radice della crisi vocazionale e affronta la santità quale origine della fiducia accordata ai preti.
Dipingere un papa Benedetto perduto dietro le note di Mozart, arroccato nelle sue stanze, isolato dal mondo rasenta il comico. Nello stesso momento in cui gli si alzano intorno tali cortine fumose, gli si riconosce una statura intellettuale. Ma un vero intellettuale non sta fuori dal mondo; pensa e propone un mondo migliore del presente. E il Papa finora l'ha fatto magistralmente.
C'è stato un periodo in cui si è parlato liberamente di vera e falsa riforma della Chiesa. Papa Benedetto è un vero riformatore ed è stato uno di coloro che hanno sempre desiderato e richiesto una Curia romana adeguata alla riforma del concilio. Ora chiede una cosa semplice e difficile:  tutti, conservatori e progressisti, centristi ed estremisti dentro la Chiesa cattolica, cristiani di altre Chiese e confessioni sono chiamati a trovare punti di convergenza anziché di rottura, perché la missione di annunciare credibilmente il Vangelo è più urgente di ogni altra questione. Il Papa ha avviato una nuova partenza per la Chiesa del concilio, ma sa che il "balzo in avanti" - come talvolta ha definito il concilio - potrebbe arenarsi. Perciò scrivendo la lettera ai suoi fratelli vescovi si è esposto ancora una volta, noncurante di ogni altra umana considerazione.

c. d. c.



(©L'Osservatore Romano 16-17 marzo 2009)
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