A proposito dello Stato etico

Il diritto
non è neutrale


di Stefano Semplici
Università di Roma Tor Vergata

Non esiste lo Stato perfetto. Ha ragione Isaiah Berlin:  forse potremmo accettare di sacrificare una parte della nostra libertà in cambio della ricetta con la quale rendere l'umanità "giusta e felice, creativa e armoniosa per sempre", ma il problema è che tale ricetta non c'è. Proprio perché gli uomini sono liberi. Hegel non è il padre dei totalitarismi del Novecento. Cionondimeno, la sua Ragione condivide con la violenza politica esercitata "a fin di bene" l'illusione che la realtà dello Stato possa coincidere con quella dell'Idea etica e diventare lo strumento operativo della sua Verità.
Il congedo dallo Stato etico, irreversibile nelle moderne società liberali e democratiche, è il congedo dalla prepotenza comunque implicita nella pretesa coincidenza fra l'interesse e la volontà individuali e l'unità sostanziale di ciò che è e deve essere di tutti:  di fronte all'evidenza di una costellazione di valori, fini e stili di vita diversi e spesso distanti, non si può usare la scorciatoia della costrizione per ottenere quel che non si realizza spontaneamente e anche se quanto si impone lo si impone rispettando la legge della maggioranza lo Stato tradisce il suo ruolo, che non è quello di stabilire per legge cosa sia il bene, ma di consentire a ognuno di vivere secondo la sua visione del bene, purché ciò avvenga senza danno per gli altri.
Questa conclusione è ampiamente condivisibile e segna da tempo uno spartiacque negli stessi rapporti fra religione e politica. Ben pochi sono ormai i nostalgici dei modelli teocratici che trasformano quel che per una religione è peccato in reato. Per il cattolicesimo, in particolare, il concilio Vaticano II ha fissato un punto di non ritorno:  l'uomo - così si legge nella Dignitatis humanae - "è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività" la coscienza e "nella società va rispettata la norma secondo la quale agli esseri umani va riconosciuta la libertà più ampia possibile", limitandola solo "quando e in quanto è necessario". Perché, allora, evocare l'ombra cupa dello Stato etico, soprattutto quando ci si confronta su leggi come quelle sull'inizio e la fine della vita o sulla famiglia?
Uno Stato non etico non è per questo uno Stato senza valori. Le costituzioni non sono mai un semplice catalogo di regole formali per la produzione legittima di decisioni vincolanti. Raccolgono i principi che si vogliono fondamentali appunto perché posti a base e garanzia di un'identità e di un sentimento di appartenenza capaci di durare nel tempo. È dai valori - ha ribadito Barack Obama nel suo discorso di insediamento - che dipende la nostra possibilità di successo. Dai valori, cioè da cose "antiche" come il lavoro duro e l'onestà, il coraggio e il fair play, la tolleranza e la curiosità, la lealtà e il patriottismo. Occorre condividere una "giusta causa" per essere davvero forti e sicuri.
Uno Stato non etico, dunque, non è uno Stato eticamente neutrale. È però uno Stato che traccia e rispetta una linea di confine fra pubblico e privato. Ed è qui che nasce il problema. Da una parte è evidente che nella sfera più intima del vivere, del soffrire, dell'amare è molto difficile accettare che altri decidano per noi e dunque più forte sarà la richiesta di una libertà senza condizioni. Dall'altra, tuttavia, è innegabile che tale confine non corrisponde a un taglio netto, perché ci sono scelte private che proiettano le loro conseguenze sui valori e sui beni che costituiscono l'insostituibile pavimento etico di una società.
I conflitti sulla bioetica e sul biodiritto sono particolarmente laceranti e non si lasciano risolvere con il lessico tutto polemico degli zelanti persecutori del fondamentalismo o, viceversa, del nichilismo. In gioco ci sono il riconoscimento e la tutela della vita umana, cioè il cardine stesso di ogni possibile convivenza, prima ancora che della relazione giuridica. La fatica della mediazione è allora politicamente doverosa e un limite all'autodeterminazione può non valere automaticamente una violazione della libertà. Discutere di questo limite non significa volere sostituire la legge alla coscienza, ma prendere atto di una reale difficoltà.
Il diritto non è neutrale. Può apparire tale solo fino a quando è chiamato ad applicare l'astratta correttezza formale delle sue procedure per sancire l'incontestabilità di un contenuto normativo sostanzialmente condiviso, ma questo equilibrio si spezza quando diventa necessario decidere di un conflitto fra principi ugualmente irrinunciabili e fra i quali non tutti accettano lo stesso ordine di priorità. Che è quanto accade e accadrà sempre più spesso. Lo Stato etico non c'entra.
C'entra semmai la capacità di raccogliere la sfida ad ampliare il consenso intorno ai valori, soprattutto quelli che si considerano non negoziabili e tuttavia non sono più condivisi, con la ferma serenità di comportamenti credibili, oltre che con la richiesta di "buone" leggi. Magari rinunciando tutti insieme all'ostinato pregiudizio per il quale, su questioni tanto complesse e delicate, chi pensa diversamente pensa male. O, peggio ancora, non ha capito la lezione della storia.



(©L'Osservatore Romano 26 aprile 2009)
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