A trent'anni dal primo viaggio in Polonia di Giovanni Paolo II

Le radici
della nuova Europa


di Andrzej Koprowski

Ogni viaggio internazionale del Papa è un incrocio dell'universalità della Chiesa con la concretezza della vita delle Chiese particolari che svolgono la loro missione in contesti culturali, sociali e politici ben precisi. Il Romano Pontefice guarda alla situazione delle diverse società e Chiese particolari dalla prospettiva del Vangelo e dell'esperienza della Chiesa universale. Con la sua presenza e le sue parole cerca di aiutarle nel loro cammino.
Il primo pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Polonia (2-10 giugno 1979) ebbe un significato speciale. Fece seguito al viaggio in Messico - più precisamente in Repubblica Dominicana, Messico e Bahamas - e allo storico incontro con la terza conferenza generale dell'episcopato latinoamericano. Non fu solo un ritorno del Papa polacco in patria, ma un viaggio apostolico del successore di Pietro oltre la Cortina di ferro, in un Paese del blocco sovietico.
Il cardinale Roberto Tucci ricorda che per l'ambiente vaticano e i collaboratori di Papa Wojtyla fu un'occasione per comprendere meglio lo specifico del pontificato, il modo di vedere insieme il messaggio teologico inserito nella realtà culturale e sociale delle persone e della società civile. Un'occasione per vedere il cristianesimo come un lievito indispensabile per dare un senso umano ai sistemi culturali, sociali e politici. Il contrasto con l'ideologia atea del blocco sovietico e con la situazione delle popolazioni destinate dal trattato di Yalta al socialismo reale era evidente.
Durante il primo viaggio polacco Giovanni Paolo II toccò tutti i fondamenti teologici come base non solo della vita personale, ma anche comunitaria, sociale, culturale, per organizzare la vita pubblica, economica, politica:  "Cercare tutto quello che è necessario al bene dell'uomo, il quale deve trovare dappertutto la coscienza e la certezza della sua autentica cittadinanza" - disse il Papa a Balice il 10 giugno - "in qualunque sistema di relazioni e di forze".
E a Varsavia Giovanni Paolo II aveva subito sottolineato che la "Chiesa ha portato alla Polonia Cristo, cioè la chiave per la comprensione di quella grande e fondamentale realtà che è l'uomo". La visita si svolse in un clima straordinario, ma anche carico di tensioni politiche, soprattutto durante gli incontri con il mondo del lavoro a Jasna Góra e a Nowa Huta. "Il cristianesimo e la Chiesa - disse Papa Wojtyla - non hanno paura del mondo del lavoro. Non hanno paura del sistema basato sul lavoro. Il Papa non ha paura degli uomini del lavoro (...) Attraverso le proprie esperienze di lavoro, oso dire, il Papa ha imparato nuovamente il Vangelo. Si è accorto e si è convinto, quanto profondamente nel Vangelo sia incisa la problematica contemporanea del lavoro umano. Come sia impossibile risolverla fino in fondo senza il Vangelo".
Il regime, il Governo e i capi del partito ebbero paura del viaggio. Temevano che la visita del Papa provocasse manifestazioni e disordini. In realtà, furono giorni pieni di gioia e di serenità. Per la prima volta da decenni la gente - credenti e non credenti - si trovò insieme, in comunione, libera. Riscoprì la propria dignità. Non fu contro il regime. Semplicemente, il regime sparì dalla prospettiva. Come la sporcizia sul vetro di una macchina tolta dal tergicristallo.
L'elezione del cardinale di Cracovia come successore di Pietro il 16 ottobre 1978 e il suo primo viaggio in Polonia diedero impulso al profondo processo di trasformazione della società polacca. Un processo mentale, ma anche culturale e sociale che portò fino al movimento di Solidarnosc, fino a un rinnovarsi della speranza che si può vivere in modo più degno, più umano, più libero. Che si devono cambiare le strutture oppressive ed economicamente e socialmente inefficaci.
Il processo di maturazione non riguardò solo la Polonia. Già nel secondo giorno della visita, a Gniezno - prima sede vescovile del Paese - Giovanni Paolo II ricordò che la Chiesa ha cominciato il suo cammino missionario e la sua vita dal Cenacolo della Pentecoste. "Non è forse disegno provvidenziale che egli sveli gli sviluppi che proprio qui, in questa parte dell'Europa, ha conosciuto la ricca architettura del tempio dello Spirito Santo? Non vuole forse Cristo, non dispone forse lo Spirito Santo, che questo Papa polacco, Papa slavo, proprio ora manifesti l'unità spirituale dell'Europa cristiana (...) composta dalle due grandi tradizioni:  dell'Occidente e dell'Oriente? (...) Egli viene per parlare davanti a tutta la Chiesa, all'Europa e al mondo, di queste nazioni e popolazioni spesso dimenticate (...) Viene per indicare le strade che in vari modi riportano verso il cenacolo di Pentecoste, verso la Croce e la Risurrezione".
Il Papa salutò i pellegrini provenienti dalle diverse parti del blocco sovietico, menzionò i lituani, i cechi, gli slovacchi, i croati, gli sloveni, i moldavi, i russi, i bulgari, gli ucraini, i serbi lusaziani. Oggi non ricordiamo il clima politico e non è facile capire come queste parole portarono non solo conforto alle rispettive popolazioni, ma provocarono anche la rabbia politica del "grande fratello". Il cardinale Stefan Wyszynski ascoltava con un sorriso e diceva a bassa voce:  "Karolku, Karolku, stai attento. Fermati. Non fare un passo di più...".
Il trentesimo anniversario del primo pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Polonia ha un significato non solo per la Chiesa polacca. La rinascita della Chiesa nei diversi Paesi dell'Europa dell'Est, i cambiamenti di mentalità e di situazione politica che hanno portato alla caduta del Muro di Berlino, il processo di allargamento dell'Unione europea con tutte le sue difficoltà e debolezze - di cui abbiamo avuto una chiara espressione in questi giorni nella scarsa partecipazione alle elezioni - segnano le tappe di un cammino che ha le sue radici in quel viaggio pastorale.



(©L'Osservatore Romano 10 giugno 2009)
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