Il crescente peso economico e politico delle Nazioni emergenti

Un Bric
pieno di futuro


di Giuseppe Fiorentino

In un mondo della comunicazione sempre più votato alla sintesi, la comparsa di un nuovo acronimo non costituisce certo una sorpresa e il più delle volte passa inosservata. Ma con ogni probabilità non sarà questo il caso del Bric, sigla che racchiude le iniziali di Brasile, Russia, India e Cina e che nei giorni scorsi è pervenuta agli onori della cronaca per la prima riunione che i quattro grandi Paesi hanno svolto a Iekaterinburg, negli Urali.
In realtà è stata la banca d'investimento Goldman Sachs a usare per la prima volta, in una sua relazione del 2003, l'acronimo Bric per riferirsi alle economie che in quel periodo sembravano avere maggiori possibilità di emergere. La relazione di Goldman Sachs stimava che per il 2050 i Paesi del Bric sarebbero stati in grado di esprimere un prodotto interno lordo pari, se non superiore, a quello del g6 (Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Germania, Francia e Italia).
Nel 2003 - quando cioè Goldman Sachs pubblicava la sua relazione - la crisi finanziaria era lontana o forse balenava appena nelle previsioni di qualche acuto analista. Oggi la recessione mondiale è una concretissima realtà, ma questo dato, lungi dall'indebolire i Paesi del Bric, ne ha aumentato il peso specifico nel panorama economico. È vero che anche nel Bric lo sviluppo è rallentato, ma Cina, India e Brasile (anche se quest'ultimo in misura minore) sono tra le poche Nazioni ancora capaci di vantare una crescita economica, mentre la Russia deve la sua forza alle enormi risorse energetiche.
I quattro detengono 2.800 miliardi di riserve denominate soprattutto in dollari. La sola Cina possiede 763,5 miliardi di dollari in titoli del Tesoro statunitensi ed è riconosciuta come la più grande creditrice dell'America. La grandissima quantità di riserve, insieme alla capacità di crescita dimostrata nonostante la crisi, fanno comprendere come in prospettiva i Paesi del Bric siano destinati a giocare un ruolo sempre più decisivo in ambito economico e finanziario, fino a determinare gli assetti e le regole mondiali. Con tutta probabilità ne è ben consapevole l'Amministrazione statunitense che, nei mesi successivi all'elezione di Barack Obama, ha svolto alcune missioni di alto livello a Pechino con il presumibile scopo di rassicurare il Governo cinese sulla bontà delle obbligazioni americane.
Ma a Washington non devono essere piaciute le notizie provenienti da Iekaterinburg in base alle quali i leader del Bric stavano valutando la possibilità di acquistare i rispettivi bond, scambiandosi le valute in modo da ridurre la propria dipendenza dal dollaro. E in modo da indebolire - verrebbe da aggiungere - il futuro ruolo degli Stati Uniti e dell'occidente sulla scena mondiale.
In quest'ottica vanno letti anche gli appelli che da Iekaterinburg sono stati lanciati per una ridefinizione in chiave più inclusiva delle istituzioni finanziarie internazionali. Tra le questioni sul tappeto è la riforma del Fondo monetario internazionale, al quale è destinato un prestito di dieci miliardi di dollari da parte del Brasile, che si aggiungeranno ai 50 miliardi di dollari promessi dalla Cina e ai dieci miliardi di dollari della Russia. Ma i Paesi del Bric chiedono di avere più voce in capitolo anche in altri consessi, come il g20, che alcuni vedono come l'unico foro che, in epoca di crisi globale, conserva ancora un valore rappresentativo. Il g8 infatti - almeno secondo il ministro degli Esteri brasiliano, Celso Amorim - è morto e sepolto e non rappresenta più nulla. Per il capo della diplomazia brasiliana, il gruppo degli otto, per importante che sia, non potrà fare a meno della presenza, ormai indispensabile, di Cina, India e Brasile.
Consapevoli della loro forza, le potenze economiche emergenti hanno anche dichiarato - magari un po' retoricamente - di essere pronte ad assumersi le loro responsabilità per condurre il mondo fuori della crisi e per garantire la sicurezza alimentare. E da questa affermazione si comprende quale ascendente i Paesi del Bric potrebbero avere, anche per la loro storia, su quella enorme porzione di mondo definita in via di sviluppo.
Tutto stabilito, quindi, all'interno del gruppo che pare destinato a decidere le future sorti dell'economia mondiale? A ben vedere parrebbe di no e il principale motivo di attrito potrebbe risiedere proprio nell'asserita volontà di varare un'alternativa allo strapotere del dollaro. Ridurre l'importanza del biglietto verde potrebbe, in prospettiva, condurre alla riduzione del valore delle enormi riserve cinesi e non c'è motivo di credere che Pechino possa accettare questa ipotesi. Il cammino verso un multipolarismo valutario appare quindi arduo come poco probabile sembra la sostituzione del dollaro come moneta di riferimento.
Ma il Bric è ormai formato e c'è da ritenere che l'organismo avrà un futuro come entità internazionale, conducendo anche a una riconfigurazione delle organizzazioni internazionali, a partire da quella dei Paesi non allineati. L'appuntamento per il secondo vertice è già stato fissato per il 2010 in Brasile. C'è dunque un anno per capire quale influenza e quanto credito le potenze emergenti avranno ancora guadagnato.



(©L'Osservatore Romano 25 giugno 2009)
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