Lo sport al tempo della crisi

Se il calcio diventa
un circolo esclusivo


di Gaetano Vallini

Quanto varrebbe oggi Pelé? "Non avrebbe prezzo", ha risposto o rei do futebol sul nostro giornale che l'ha intervistato. È probabile. Ma il fatto è che tutto ha un prezzo, anche nel calcio. E i prezzi li fa il mercato. Ma, si sa, a volte il mercato è malato. Perché non rispecchia la realtà. Periodicamente nel mondo del pallone arriva il magnate di turno che, in barba al buonsenso e alla congiuntura magari non favorevole, butta sul tavolo più del necessario, alzando inopinatamente la posta, in questo caso i prezzi. È accaduto in passato e accade periodicamente in diversi Paesi; solo che ora, in un mercato calcistico globalizzato, i colpi messi a segno a suon di milioni da un club pesano anche su altri, mettendo in difficoltà l'intero sistema.
In questa estate stanno facendo discutere gli acquisti del ritrovato presidente del Real Madrid, Florentino Pérez, peraltro non nuovo a operazioni simili. In pochi giorni si è assicurato per 68 e quasi cento milioni di euro Kaká e Cristiano Ronaldo, due dei giocatori più forti del mondo. E dice di non volersi fermare. Sono cifre sbalorditive in un quadro economico di recessione, nel quale quasi tutti i club si muovono al risparmio. E rendono ancora più marcate le differenze tra società e tra campionati nazionali, visto che in alcune - come la Spagna - esiste una tassazione agevolata per il calcio.
È stato detto che si tratta di cifre folli che inquinano il mercato e falsano le competizioni, perché rendono evidente uno squilibrio tra i valori in campo. Lo ha stigmatizzato il presidente dell'Unione europea delle associazioni calcistiche (Uefa), Michel Platini, che ha proposto un tetto alle spese dei club e agli ingaggi dei calciatori. Non si può non essere d'accordo, anche se potrebbe risultare problematica l'attuazione. Sicuramente il mercato delle compravendite e degli ingaggi dovrebbe rispondere a criteri più in linea con l'economia reale, ma è anche vero che in un regime di libero mercato chi è disposto a investire, sicuro di poterne trarre comunque un guadagno, si sente legittimato a farlo. Del resto, quando si stigmatizzano ingaggi stratosferici e trasferimenti multimilionari si sente rispondere che se si pagano certe cifre vuol dire che chi investe sa di non rimetterci. Anche se non sempre è così, visti i bilanci di alcune società.
Comunque è bene chiedersi se in un periodo di crisi economica e finanziaria le cifre sborsate dal presidente del Real Madrid risultino giustificabili in un'ottica puramente economica oppure siano inspiegabili anche con le leggi del mercato. E anche dal punto di vista calcistico, bisognerà vedere se sono compatibili o risulteranno destabilizzanti per il mondo del pallone.
In una situazione economica globale che richiederebbe più sobrietà, il rischio è quello di dare il via a una nuova spirale al rialzo, nonostante i buchi di bilancio di molte squadre. Con l'eventualità sempre più concreta di finire in bancarotta. O nelle mani di qualche organizzazione criminale pronta a investire nel calcio i proventi di attività illecite. Un pericolo, questo, evidenziato dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), che di recente ha lanciato l'allarme sulle infiltrazioni delle organizzazioni criminali nel mondo calcistico. Secondo un rapporto della Financial Action Task Force, il calcio rischia infatti di diventare il settore ideale per il riciclaggio del denaro sporco. "Con la crescente importanza economica del calcio e di altri sport, gli investimenti nel settore - si legge nel documento - sono cresciuti esponenzialmente e alcuni di questi hanno legami con la criminalità".
C'è poi un altro aspetto che esige una riflessione e risulta persino più problematico del primo per il mondo del calcio. Proprio Pérez ha rilanciato una proposta che già in passato aveva trovato autorevoli sostenitori, pochi per la verità, e altrettanto autorevoli critici, di gran lunga più numerosi:  quella di far nascere una superlega europea, un club esclusivo per le società più titolate:  "Dobbiamo accordarci - ha detto il presidente dei galácticos - per la creazione di una nuova European Super League, che garantisca che le migliori squadre giochino sempre contro le migliori, una cosa che non accade in Champions League".
Siamo di fronte a una proposta che smaschera, se ce ne fosse bisogno, il vero intento di alcuni manager del calcio:  creare un circolo esclusivo di club potenti che diverrebbero sempre più ricchi e che farebbero la fortuna di tutto quanto ruota attorno a loro (merchandising, sponsor, tv). Quanto sarebbero pagati i diritti televisivi di queste partite? Quanto costerebbe un passaggio pubblicitario durante queste trasmissioni? Quanto spenderebbe un telespettatore per poter guardare le partite? Senza parlare del mercato delle magliette che cambiano ogni anno, a volte arrivando persino a tradire colori sociali e tradizione.
E poi, chi sceglierebbe le squadre di questa élite, e con quale criterio? E sarebbe una scelta per sempre? Ma, soprattutto, che fine farebbe l'altro calcio, quello ora di prima fascia che di colpo si ritroverebbe declassato? A chi interesserebbero più i campionati nazionali? Che valore avrebbero uno scudetto o una Coppa Italia, la Liga o una Copa del Rey, la Premier League o la Fa Cup? Certo un supercampionato europeo sarebbe uno spettacolo incredibile. Ma a quale prezzo?
Infine, al di là delle valutazioni economiche, basta una considerazione tecnica per sfatare il mito di uno squadrone formato da soli campioni. Avere un fuoriclasse per ogni ruolo non garantisce la squadra più forte né la vittoria. La storia è piena di squadre infarcite di campioni che alla prova dei fatti non hanno reso quanto i soldi spesi per accaparrarseli. Come per il ciclismo, a volte la differenza la fanno i più modesti, ma indispensabili, gregari.



(©L'Osservatore Romano 11 luglio 2009)
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