Un'altra estate


di Ferdinando Cancelli

Nella luce di un mezzogiorno estivo i grandi palazzi della periferia gettano ombre più scure di quelle dei viali alberati, ombre più nette e più fredde. Poca gente sui marciapiedi, troppo larghi per zone di poco passeggio in ore nelle quali, da queste parti, la gente suda altrove, per lo più intenta a ribollenti macchinari avvolti di sordido rumore. Il numero 19 è appena più in là dell'ultimo platano, in un angolo tranquillo e assolato dal quale un piccolo uscio immette in un universo di nomi:  non resta che suonare.
Al piano rialzato una porta si apre e lascia intravedere una piccola figura di donna, sulla settantina, un po' troppo curva per la sua età e un po' troppo sorridente per essere la moglie del paziente. "Entrate, prego" - ci dice affabile - "scusate il disordine, abbiate pazienza ma abbiamo appena traslocato". Varcata la soglia si è come investiti da un mondo di odori e di penombra:  le persiane abbassate lasciano filtrare poca luce e nelle stanze spoglie scatoloni di cartone si ammucchiano un po' dovunque in un ambiente ampio ma povero e molto posticcio. Il lettuccio, anch'esso quasi da viaggio, è lì accanto alla porta con il suo carico di dolore umano e di speranza:  vi si trova un uomo anziano, cordiale, con la voce malferma e serena di chi, pur provato, ha già tutto compreso, anche quello che spesso si nega fino all'ultimo.
Un ambiente, una casa, una famiglia, una storia fatta di persone:  nulla si rivela da subito. È piuttosto un lento svelarsi, un travaso di squarci di vita che, colmata spesso la misura, fluiscono nei cuori e nelle mani di chi li sa accogliere. E così la penna traduce sul foglio le confessioni di chi abbiamo incontrato, non davvero per caso, in un giorno d'estate. Non siamo soli ad ascoltare la ferma dignità di chi ha tutto o quasi perduto:  una grande statua della Madonna ci dà le spalle guardando al di là delle grate che separano la stanza da letto dal giardino del palazzo, una fotografia di don Bosco in mezzo ai suoi ragazzi e ad altri sacerdoti, un ritratto di mamma Margherita, un piccolo rosario arrotolato sul tavolo in un punto senza polvere, un breviario.
"Cosa vuole che riesca a fare io - ci dice umilmente la signora indicando il cielo con un dito - è di là che mi viene la forza di andare avanti". Capiamo meglio, vediamo più lontano:  sono fuori dagli scatoloni del trasloco le cose che servono per tirare avanti:  le pentole, le lenzuola, le scarpe e il crocifisso, talmente grande che quasi non si vede, talmente vero che quasi sembra lui quello al quale rivolgere le nostre domande di medico e di infermiera. "Ma pensa davvero di farcela da sola a seguire suo marito?". "Lei non immagina che uomo è Michele, è lui che quando siamo tristi ci consola e ci dice:  "Perché piangete? Ho vissuto fino a settant'anni, cosa mi manca?". E noi ci sentiamo davvero consolati da lui". "Avete figli?". "Sì, due, e anche tre nipotini".
Ci si ferma un attimo, per qualche momento si esita a tradurre anche questo sul foglio:  è un baratro su cui si rimane in punta di piedi, una voragine che solo a guardarla da lontano già fa tremare. "Mia figlia è stata abbandonata dal marito quando era incinta del terzo figlio al settimo mese:  prima ha cercato di farla abortire poi, non riuscendoci, l'ha lasciata per un'altra e adesso siamo tutti qui in questa casa a cercare di tirare avanti".
Le pagine del breviario anche a una prima occhiata dicono delle dita che tante e tante volte le hanno aperte davanti agli occhi che le hanno percorse, quegli occhi che vi hanno trovato la propria storia di piccoli, una storia spesso fatta di draghi che vogliono divorare un bambino e che sono ridotti al nulla da forze che sfuggono al mondo. "Che cosa vi posso offrire?". Due bicchieri su un vassoio sono un'offerta che non si può rifiutare da mani rese tanto pure dalla sofferenza:  "È come bere acqua benedetta" dico tra me, e penso a tutta quell'acqua che nella Scrittura è segno della presenza che salva. "Ecco, anche per me oggi è attinta quest'acqua, anche a me oggi è dato di salvarmi per mezzo di quest'acqua che sgorga dalla roccia in questo deserto che ho davanti". Sono venuto per curare e mi trovo curato, sono entrato malato e mi trovo sulla via della guarigione.
Posando una siringa ripasso davanti alla fotografia di don Bosco e lo vedo in mezzo ai suoi ragazzi, sembra di averlo davanti dolce e forte, sereno e profondo, un vero maestro. D'un tratto un vagito, poi un pianto:  da dietro una porta più scura un bambino reclama luce e carezze e trova una nonna che subito lo conforta.



(©L'Osservatore Romano 15 luglio 2009)
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