Aborto e futuro

La crisi del dono


di Lucetta Scaraffia

Due notizie di questi giorni - la promessa di Obama di impegnarsi per ridurre il numero di aborti negli Stati Uniti e l'approvazione a larga maggioranza nella Camera dei deputati italiana di una mozione da presentare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite contro l'aborto come strumento di controllo demografico - sembrano indicare che si sta chiudendo una fase storica iniziata negli anni Settanta, quando si diffuse l'opinione che l'aborto andava garantito come diritto di libertà delle donne, e doveva quindi essere considerato una possibilità positiva nell'esercizio di un diritto individuale.
Sull'eco di questa convinzione - affermatasi grazie alla propaganda ideologica radicale e femminista - l'aborto è stato diffuso come mezzo di controllo delle nascite nei Paesi del Terzo mondo anche da agenzie internazionali, e propagandato come strumento per assicurare la libertà delle donne persino quando viene imposto dallo Stato. Oggi, la crisi demografica e le voci di protesta che si sono levate soprattutto da parte della Chiesa cattolica - che sempre si è battuta perché nelle conferenze mondiali l'aborto non venisse considerato ufficialmente un metodo di contraccezione e un segno di liberazione delle donne - stanno provocando un ripensamento sulla questione, che coinvolge anche il femminismo.
Del resto, è ormai evidente che non si è realizzato neppure quello che veniva sbandierato come un buon motivo a sostegno della legalizzazione dell'aborto, e cioè la sicurezza che in questo modo il ricorso all'interruzione di gravidanza sarebbe diminuito fino a sparire, anche grazie alla libera diffusione degli anticoncezionali. Non solo gli aborti continuano a essere praticati, anche nei Paesi dove è larga l'informazione sugli anticoncezionali, ma il fenomeno coinvolge fasce di età sempre più basse.
Perché le nostre società non riescono a debellare questo male? Sarebbe il momento di porsi davvero questa domanda, e di cercare delle risposte convincenti e non ideologiche. A questo proposito, un aiuto a capire viene dall'ultimo libro dello psicanalista Claudio Risé (La crisi del dono. La nascita e il no alla vita, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009, pagine 160, euro 12), secondo il quale "l'aborto non nasce solo dalla malvagità o distrazione individuale, o dall'opportunismo di gruppi politici inconsapevoli o irresponsabili. Esso - sottolinea lo studioso - affonda le sue radici in un terreno psicologico, cognitivo e affettivo molto più vasto, ed è alimentato dalla maggiore tentazione regressiva da sempre presente nella psiche umana:  quella di uccidere il nuovo, lo sviluppo, il cambiamento, appena comincia a prendere forma. Prima che nasca, e ti costringa a cambiare con lui".
Con un percorso di lunga durata, che parte dai miti dell'età greco-romana per arrivare alla tradizione giudaico-cristiana, l'autore riscopre il significato della nascita nelle tradizioni religiose, e cioè un significato di rinnovamento e di rinascita, a cui si oppone spesso la paura:  "Uccidere il nascente, fermare il tempo, è naturalmente anche un modo di pensare inconsciamente di vincere la nostra morte, fermando il tempo nel quale essa è iscritta".
Così uccidono i bambini appena nati Crono-Saturno (che paga questa pulsione negativa con la malinconia e il pessimismo) ed Erode, entrambi per mantenere il potere che ritengono minacciato, ma anche Medea, che si sente onnipotente:  perché, sempre, "la nascita di un nuovo essere umano produce nel mondo una scissione fra adesione e opposizione alla trasformazione". E infatti Gesù, che crede e vuole la trasformazione, accoglie con gioia e affetto i bambini, gli annunciatori del nuovo mondo.
Il modello culturale della moderna società occidentale, dove l'aborto è diventato un diritto, è fondato sul controllo delle situazioni e sul possesso di persone e cose, e guarda con diffidenza l'affidarsi e l'accogliere, cioè il dono. Molto spesso si rinuncia al bambino che nasce per avere, "divorare, incorporare, altro:  denaro, comodità, carriera, status, divertimenti". Del resto, non è la prima volta - scrive Risé - che "l'uomo costruisce idoli materiali, per sottrarsi al dono di sé, che ha la sua immagine vivente nel figlio, nel bimbo che nasce"; ma poi, sempre, spinto dall'infelicità e dalla solitudine, ha riaperto il cuore all'accoglienza.
Speriamo che le notizie ricordate all'inizio abbiano seguito positivo e siano davvero i primi segnali di una inversione di tendenza:  verso una apertura al dono, al bimbo che nasce. E quindi alla speranza del futuro.



(©L'Osservatore Romano 24 luglio 2009)
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