«Caritas in veritate»

Come un lampo
nel malessere della società


di Xavier Darcos
Membro dell'Institut
Ministro francese del Lavoro, delle relazioni sociali,
della solidarietà e della città

Rivolgendosi a un mondo disorientato, non egualitario e traumatizzato dagli spasmi di una crisi globale, l'enciclica Caritas in veritate arriva al momento opportuno, come un lampo che squarcia nubi nere. Essa permette a Benedetto XVI di precisare di nuovo la dottrina della Chiesa di fronte alle realtà sociali di questo tempo, che si lascia andare alle leggi ciniche del profitto e a un'interdipendenza economica senza regole. Essa viene ad annunciare che altre strade sono possibili e necessarie. Essa attinge, alla fonte del messaggio cristiano, la speranza di orientamenti e di soluzioni innovatrici.
Benedetto XVI celebra la carità, virtù cardinale della fede, slancio dell'anima verso l'altro, "via maestra della dottrina sociale della Chiesa". Egli si colloca dunque nel solco di luce della Rerum novarum di Leone XIII e della Populorum progressio di Paolo VI. Il Papa recupera prima di tutto il fondamento del cristianesimo - l'amore, la condivisione e la giustizia - per trovarvi rimedio alle tattiche egoiste del ciascuno per sé. Ricorda che il Vangelo apre un cammino verso una società di libertà e di eguaglianza. Poiché "un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali".
Giovanni Paolo II aveva colpito l'opinione pubblica per la lotta dello Spirito, che egli incarnò, contro il marxismo sovietico e staliniano. Ma egli criticò anche le derive del capitalismo generalizzato e anomico. Con lo stesso slancio, Benedetto XVI fa un bilancio severo delle derive criminali della mondializzazione, dovute a una finanza fondata sul guadagno immediato di pochi. Le sue analisi sono precise, documentate e di ampio respiro. Esse dimostrano l'alienazione di un'umanità devastata da una diseguaglianza insopportabile tra gli esseri, le società e le nazioni.
Tale bilancio, reso più cupo dalla crisi attuale, esige una ridefinizione dello sviluppo che non si saprebbe ridurre a una semplice crescita economica continua. Il Papa ne stigmatizza, nelle loro diverse forme visibili, gli evidenti fallimenti:  esclusione, marginalizzazione, miseria e disprezzo dei diritti umani fondamentali. Il processo di sviluppo ha bisogno di una guida:  la verità. "L'amore nella verità", è "la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera". Altrimenti, "l'agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società".
Apriamo gli occhi:  il progresso vorace, fondato su risorse materiali e speculative, ha fallito. Il mondo sta divorando se stesso, come Chrònos che divora i suoi figli. La Chiesa propone un'altra scelta:  uno "sviluppo integrale", che assicura un'emancipazione umanistica condivisa. Poiché la crescita è un beneficio, la mondializzazione non genera necessariamente una catastrofe, la tecnica non è in sé perversa, ma queste forze brute devono essere subordinate a un'etica. In questo mondo scombussolato, le esperienze più promettenti hanno cominciato a stabilire nuove relazioni tra gli uomini. Benedetto XVI chiede di generalizzare tali tentativi, di esplorare le vie del dono, della gratuità, della ripartizione. Condanna la vacuità di un relativismo cieco che priva gli uomini di un senso alla loro vita collettiva. Egli biasima così i due pericoli che minacciano la cultura:  un eclettismo dove ogni cosa vale l'altra, senza riferimenti né gerarchie, e una uniformizzazione degli stili di vita.
Di fronte al fallimento dell'avere e al caos dell'essere, Benedetto XVI reclama una nuova alleanza tra fede e ragione, tra la luce divina e l'intelligenza umana. Anche se "non ha soluzioni tecniche da offrire", la Chiesa ha "una missione di verità da compiere" in vista di una "società a misura dell'uomo, della sua dignità, della sua vocazione".
Poiché, se si va al di là delle apparenze, le cause del sottosviluppo non sono prima di tutto di ordine fisico. Esse risiedono più che altro nella mancanza di fratellanza tra gli uomini e i popoli:  "La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli". Il Papa lancia un appello perché questa crisi ci obblighi a riconsiderare il nostro itinerario, poiché, mentre la ricchezza mondiale cresce, le disparità aumentano. Tale magma, erodendo i valori, porta a disprezzare la vita nelle sue specificità, a scoraggiare la natalità, a opprimere la libertà religiosa, a terrorizzare la spiritualità, a frenare la fiducia e l'espansione. Si tratta semplicemente di far sì che gli uomini prendano coscienza di essere parte di una sola famiglia, il che esige il ritorno a dei valori inusitati:  il dono, il rifiuto del mercato come legame di dominazione, l'abbandono del consumismo edonista, la ridistribuzione, la cooperazione e così via.
Il pensiero del Papa scorge l'incubo di un'umanità inebriata dalla pretesa prometeica di "potersi "ri-creare" avvalendosi dei prodigi della tecnologia", quali la clonazione, la manipolazione genetica, l'eugenismo. La fonte di queste devianze resta la stessa:  la disumanizzazione. Poiché, ovunque noi viviamo e a qualsiasi grado di responsabilità ci collochiamo, ciascuno di noi può riconciliarsi con l'amore e il perdono, la rinuncia al superfluo, l'accoglienza del prossimo, la giustizia e la pace. Tale condotta dipende dall'esigenza morale. Essa è divenuta una condizione di sopravvivenza.
La lettura di questa enciclica, pervasa di un fervore spirituale magnifico, non dà l'impressione di una meditazione astratta o di una preghiera. Raramente un Papa ha toccato da così vicino la realtà per analizzarne a fondo i mali e per proporre, con pragmatismo e lucidità, gli antidoti più utili. Che il suo messaggio possa essere compreso!



(©L'Osservatore Romano 3-4 agosto 2009)
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