La cultura cattolica in Italia

Per rispondere alla sfida
della secolarizzazione


di Lucetta Scaraffia

Nelle società secolarizzate sembra esserci poco posto per la cultura cattolica, come dimostrano in Italia le nuove punte polemiche contro l'insegnamento della religione, ridotto a un optional di un'ora settimanale che conta sempre meno nella formazione dei giovani. Il problema della trasmissione della tradizione religiosa cattolica, in un mondo dove il cristianesimo "ha assunto il carattere di memoria personale" mentre quanti "innalzano pubblicamente la croce sono oggetto di un sarcasmo demoralizzante e perfino di disprezzo esplicito" - come scrive Roger Scruton in La cultura conta (Vita e Pensiero) - è dunque sempre più urgente.
In che modo risponde la cultura cattolica alla sfida della secolarizzazione? Guardare alla storia per capire il cammino percorso diventa allora indispensabile, come per la situazione italiana documentano tre libri recenti:  Pietro Stella, Il libro religioso in Italia (Viella); Chiesa e cultura nell'Italia dell'Ottocento a cura di Edoardo Barbieri (Edb); Giuliano Vigini e Marco Roncalli, L'editoria religiosa in Italia, a cura di Andrea Gianni (Associazione Sant'Anselmo).
I grandi dibattiti che agitano le élites intellettuali cattoliche fra Settecento e Ottocento - tra gesuiti e giansenisti, rigoristi e probabilisti, innovatori e conservatori - rivelano un mondo culturale vivace e ricco di stimoli, capace anche di trasmettere nuova passione spirituale alle classi subalterne:  basti solo pensare ad Alfonso de' Liguori e Leonardo di Porto Maurizio. Abile e raffinato nel rintracciare i fili nascosti della circolazione delle idee, Stella ricostruisce la fortuna di generi divulgativi di lunga tradizione, come le raccolte agiografiche, o la rinnovata fioritura delle opere catechistiche, insieme alla forte influenza dei testi religiosi francesi, anche di ispirazione giansenista.
Nella prima parte dell'Ottocento, infatti, i libri religiosi costituivano una delle fonti di reddito principale anche di case editrici laiche come Pomba (poi Utet) e Paravia, che passano dalla pubblicazione di testi devozionali e almanacchi a nuovi interessi pedagogici, in sintonia con i dibattiti che si agitano fra i circoli colti di un Paese dove l'analfabetismo costituiva ancora un grave problema. In questo settore, i promotori più attenti, fondatori delle prime riviste pedagogiche e dei primi libri di testo, sono sempre cattolici, e spesso sacerdoti, fra i quali spicca Antonio Rosmini.
Ma se il popolo finalmente imparava a leggere, era urgente offrire letture affidabili:  questo è un impegno che i cattolici si assumono già negli anni Trenta dell'Ottocento, con la nascita di nuove case editrici finalizzate alla diffusione di "buoni libri" e l'ascesa di nuovi generi letterari d'impronta religiosa, più vicini alla narrativa che all'ambito devozionale, ben presto organizzati in collane, pubblicazioni periodiche che incentivano l'abbonamento. Le "Letture cattoliche" di don Bosco costituiscono l'esempio più innovativo:  ferrea adesione ai principi cattolici calata in nuovi modelli di narrativa - destinata alle classi popolari, come rivela lo status dei protagonisti - scritti da lui stesso o dai suoi più vicini collaboratori, in una lingua volutamente semplice.
Molti di questi romanzi conquistarono un vasto successo di pubblico, tanto da essere riproposti negli anni successivi anche da editori laici. I narratori cattolici erano infatti divenuti specialisti di un linguaggio semplice, come del resto testimoniava anche l'uso alternato del dialetto e dell'italiano nelle omelie, commisurate alla capacità ricettiva del pubblico. Ma la lingua nazionale tendeva a prevalere:  come la predicazione, anche la catechesi e i libri di devozione costituirono infatti nel corso dell'Ottocento uno dei fattori più significativi per la diffusione dell'italiano.
Brevità e semplicità del testo, formato ridotto e basso prezzo:  è questa la ricetta vincente dell'editoria cattolica per una vasta penetrazione popolare, fatta propria anche da don Giacomo Alberione, quando all'inizio del Novecento mise le basi della sua impresa editoriale. Ma la fortuna dei libri fu dovuta anche alla nascita di un nuovo genere, la Vita di Gesù:  iniziò nel 1863 Ernest Renan, con il suo testo tanto controverso quanto fortunato - nella sola Francia in due anni era arrivato alla tredicesima edizione, con 65.000 copie vendute -, e proseguirono nel 1921 Giovanni Papini con la Storia di Cristo (ora ripubblicata da Vallecchi) e nel 1936 François Mauriac, a cui fece concorrenza nel 1941 la Vita di Gesù Cristo dell'abate Giuseppe Ricciotti. Nel frattempo, l'editoria cattolica conosce una nuova fase di fioritura, stavolta grazie alla nascita di editori come la Morcelliana che si rivolgono a un pubblico colto, il quale impara ad apprezzare autori come Charles Péguy, Paul Claudel o Romano Guardini, mentre si amplia il filone dell'editoria scolastica.
Una svolta si ha nei primi anni Novanta con due titoli:  Il catechismo della Chiesa cattolica e Varcare la soglia della speranza, l'intervista di Vittorio Messori a Giovanni Paolo II, che apre la stagione del boom editoriale dei libri dei Papi. Ma questi successi non riescono a contenere l'emarginazione di una cultura confinata nei propri spazi e nel proprio circuito di librerie, situazione resa ancora più evidente dal successo crescente di opere di contenuto religioso ma scritte da laici in contrapposizione con la Chiesa. Questo è il problema:  in un momento in cui proprio questi best seller testimoniano l'allargarsi della domanda di libri a tema religioso, la cultura cattolica segna il passo, con l'eccezione clamorosa delle opere di Benedetto XVI. È dunque necessario qualcosa di nuovo:  trovare nuovi linguaggi, nuovi generi, nuovi autori, come sono riusciti a fare nell'Ottocento e nel Novecento tanti intellettuali cattolici. Dai quali abbiamo molto da imparare.



(©L'Osservatore Romano 20 agosto 2009)
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