La corsa internazionale alle risorse dell'Artico

Ghiaccio
bollente


di Francesco Citterich

Il rapido e costante scioglimento dei ghiacci - secondo alcuni esperti uno dei segnali più preoccupanti del surriscaldamento globale causato dai cambiamenti climatici - sta innescando una vera e propria corsa geostrategica alle risorse energetiche sepolte sotto la banchisa polare del mare glaciale Artico. Secondo fonti dell'Agenzia scientifica statunitense, circa il trenta per cento di tutti i giacimenti di gas naturale non ancora scoperti (che equivalgono a ben quindici anni di consumo mondiale) e il tredici per cento di quelli di petrolio (in grado di soddisfare la domanda planetaria per più di tre anni) sono localizzati sotto i fondali del mare Artico.
Tra il 1976 e il 2006 l'estensione dei ghiacci artici si è ridotta del venticinque per cento. Gli scienziati hanno rilevato che - qualunque siano i motivi del fenomeno - mediamente ogni anno circa centomila chilometri quadrati di ghiaccio si sciolgono per non riformarsi durante l'inverno. Utilizzando sofisticate apparecchiature gli esperti internazionali hanno stimato che entro il 2100 i ghiacci del mare Artico potrebbero essersi enormemente ridotti. Rendendo più facile l'esplorazione e lo sfruttamento del sottosuolo, necessari di fronte alla progressiva riduzione delle riserve mondiali di greggio, la cui produzione dovrebbe cominciare a calare nel 2020.
È questa realtà a rendere sempre più appetibile la nuova frontiera dell'Artico, con tutti i Paesi i cui confini toccano il circolo polare - Stati Uniti, Canada, Russia, Norvegia e Danimarca, attraverso il territorio autonomo della Groenlandia - interessati alle immense risorse energetiche celate sotto la calotta della regione più settentrionale della Terra. Una gara per lo sfruttamento di cui un recente rapporto dell'Unione europea sottolinea le potenziali conseguenze per la stabilità internazionale e gli interessi della sicurezza europei. Ma anche altri Stati (tra i quali Cina, Giappone, Corea del Sud e Svezia) hanno fiutato l'affare, tentando a più riprese di inserirsi nella partita sull'Artico. A dimostrazione che l'interesse per le risorse energetiche della regione cresce sensibilmente in tutto il mondo.
Motivo del contendere - che per gli analisti politici ha praticamente assunto i caratteri di una crescente militarizzazione dell'area, minacciando ramificazioni globali - è la sovranità sulle risorse e i diritti di proprietà dei singoli Stati, non risolti dalle disposizioni contenute nella Convenzione dell'Onu sul Diritto del mare. Tale Convenzione (siglata nel 1982) consente ai Paesi subartici di estendere i propri diritti per lo sfruttamento delle risorse naturali, minerarie, energetiche e biologiche fino a trecentocinquanta miglia a partire dai propri confini. Questo a condizione che vi sia una prova effettiva che le centocinquanta miglia, oltre le prime duecento, rappresentino il prolungamento naturale della piattaforma continentale.
Situato interamente nella regione del Polo Nord, il mare Artico è di fondamentale importanza anche dal punto di vista geostrategico, essendo la via più breve tra il nord America e la Russia. Il sempre più repentino scioglimento dei ghiacci potrebbe aprire nuove vie, rendendo persino navigabile il mitico passaggio a nordovest, la famosa rotta marina che nei pressi delle coste settentrionali del Canada e dell'Alaska collega l'Atlantico al Pacifico. È stato appurato che transitare attraverso il passaggio a nordovest consentirebbe un vantaggio di una settimana rispetto al canale di Panamá - l'unico percorso attualmente possibile - riducendo di circa quattromila chilometri la tratta dal Giappone all'Europa.
Due anni fa, la Russia ha rivendicato formalmente presso le Nazioni Unite i suoi diritti di ricerca nella zona, un'iniziativa contestata in maniera netta da tutti gli altri Paesi. Per dare più forza alle loro richieste territoriali, le autorità di Mosca - tramite un sommergibile - sono arrivate a piantare a oltre 4.300 chilometri di profondità, una bandiera russa in titanio sul fondale al di sotto del Polo Nord (una zona pretesa anche dalla Danimarca), dicendosi pronte a usare la forza militare per difendere i propri diritti nella regione quando la situazione ambientale favorirà lo sfruttamento delle immense ricchezze energetiche dell'Artico. La Nato ha dal canto suo auspicato una presenza militare permanente nell'area. Sono in atto negoziati volti a stemperare le tensioni. Ma per il momento le distese dell'Artico sono un nuovo terreno di confronto.



(©L'Osservatore Romano 23 agosto 2009)
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