Il continente e le nuove sfide

L'Africa lontana
da chi decide


di Pierluigi Natalia

Tanto all'avvio della sessantaquattresima sessione annuale dell'Assemblea generale dell'Onu, quanto nel recente g20 a Pittsburgh è stata affermata la necessità di tracciare una diversa architettura politica, economica e finanziaria, nel segno di un accentuato multilateralismo e di una più efficace cooperazione allo sviluppo. In particolare, la nuova rilevanza data al g20, con il conseguente ridimensionamento del g8, prospetta un'economia globale meno incentrata sui protagonisti tradizionali e più aperta alle esigenze dei Paesi emergenti o in via di sviluppo.
Tuttavia, anche in questo nuovo e diverso disegno l'Africa resta, almeno per ora, emarginata dai ruoli decisionali. Non tanto e non solo perché del g20 fa parte solo il Sud Africa, quanto perché l'economia africana, basata in misura preponderante sull'esportazione di materie prime, è legata agli sviluppi di un mercato globale sul quale gli africani esercitano poco o nessun controllo.
Le principali emergenze mondiali hanno proprio nell'Africa il loro centro. Questo vale per la crisi economica, della quale l'Africa è certo il continente meno responsabile, ma anche quello destinato a pagare i prezzi più alti. E vale anche per la minaccia planetaria dei cambiamenti climatici alla quale il continente è più esposto.
A fronte di ciò, non sembra destinata a ridursi la forbice tra i Paesi africani più poveri e i Paesi industrializzati o emergenti, come Cina, India e Brasile, ma anche Indonesia e Corea del Sud. Al tempo stesso, mancano unità di intenti e di interessi in un continente nel quale persistono violenze sistematiche, processi democratici incerti - se non apertamente contraddetti - e fenomeni di neocolonizzazione che vedono diversi Governi acquiescenti.
Per rendere il g20 più rappresentativo degli equilibri mondiali è stato chiesto proprio in questi giorni un seggio specifico per l'Unione africana, come lo ha l'Unione europea in quanto tale, indipendentemente dalla presenza di suoi Stati membri. La sollecitazione è venuta dai ministri delle Finanze del gruppo dei Paesi poveri più indebitati (Hipc), che include 35 Stati che stanno rinegoziando il loro debito estero con il Fondo monetario internazionale (Fmi). Al tempo stesso, i ministri dell'Hipc hanno chiesto maggiore presenza dell'Africa negli organismi finanziari internazionali, come l'Fmi stesso e la Banca mondiale. In particolare, l'Hipc ha chiesto di riconoscere al più presto un peso maggiore ai Paesi africani nella formulazione attuale degli aiuti internazionali. Questo da un lato li aiuterebbe a mobilitare le loro risorse e dall'altro li farebbe partecipi dei processi decisionali finalizzati al sostegno delle popolazioni. La richiesta è stata fatta propria anche dal direttore dell'Fmi, Dominique Strauss-Kahn, il quale ha convenuto che "è difficile organizzare un'economia globale lasciando un miliardo di persone fuori da tale processo".
Che per l'Africa si tratti di una questione cruciale è evidente, soprattutto perché proprio sul continente incombe la minaccia della fame. All'Africa è stato imposto per secoli il concetto di monocultura da esportazione - in uno schema proprio del colonialismo - che stabilisce le produzioni e, soprattutto, determina i prezzi. La tradizionale agricoltura africana di sussistenza, su base familiare, si contrae sempre più.
Significativo, in questo senso, è mettere a confronto gli ultimi documenti diffusi dall'Onu in previsione del vertice mondiale sulla sicurezza alimentare, che si terrà a Roma dal 16 al 18 novembre. Un rapporto della Fao sostiene che la produzione agricola mondiale dovrà aumentare del settanta per cento entro il 2050 per poter nutrire i due miliardi e trecento milioni di abitanti in più del pianeta stimati per quella data dalle previsioni degli studiosi di demografia. Contemporaneamente, l'ultima edizione del World Economic and Social Survey - il rapporto diffuso ogni anno dal consiglio dell'Onu per gli affari economici e sociali - prevede per l'Africa drastici cali nella produzione agricola e una crescente carenza di risorse idriche.
Non tutti gli studi di prospettiva sono necessariamente destinati a essere confermati dai fatti - vale per le finanze del nord del mondo e per gli affamati del sud - ma certo per l'Africa allo stato attuale ci sono pochi motivi di ottimismo. Tanto più che i nuovi fenomeni di colonizzazione (da parte di vecchi e recenti protagonisti) stanno investendo il continente anche sul piano del controllo delle terre coltivabili.



(©L'Osservatore Romano 9 ottobre 2009)
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