Chiesa e globalizzazione

L'imposizione del linguaggio


di Marguerite A. Peeters
Direttore di Dialogue Dynamics (Bruxelles)

Negli anni immediatamente successivi alla caduta del muro di Berlino, mentre l'umanità entrava in una nuova era, detta della globalizzazione, le Nazioni Unite hanno organizzato una serie di grandi conferenze internazionali con l'obiettivo di creare un nuovo consenso mondiale sulle norme, sui valori e sulle priorità della cooperazione internazionale per il XXI secolo.
Nel corso di queste conferenze è stata adottata una serie di nuovi paradigmi che si esprimono con un nuovo linguaggio. Citiamo come esempi:  buon governo, democrazia partecipativa, partenariati, consenso, sviluppo sostenibile, olismo, qualità della vita, educazione civica, sensibilizzazione, educazione fra pari (peer education), appropriazione, libertà di scelta, accesso universale alle scelte, diritti dei bambini, emancipazione delle donne, senza dimenticare il genere (gender) e la salute riproduttiva.
Gli anni novanta hanno visto un proliferare senza precedenti di questi nuovi paradigmi. Da una decina d'anni la loro produzione è invece rallentata. Non appena terminata la serie di conferenze e non appena stabilite le norme mondiali, a livello internazionale si è dato avvio alla fase di applicazione. In questo momento è all'opera e continuerà a esserlo almeno fino al 2015, data limite per l'applicazione degli Obiettivi per lo sviluppo del millennio, all'interno di un quadro etico normativo stabilito nel corso della serie di conferenze degli anni novanta.
L'imposizione mondiale del nuovo linguaggio è allo stesso tempo orizzontale e verticale. Orizzontale perché il nuovo linguaggio si è già diffuso ovunque nel mondo, anche nei luoghi più remoti. Non è più esterno alla Chiesa:  molte ong, organismi di aiuto, università, associazioni femminili cattoliche, sacerdoti e pastori, l'hanno già adottato, a livelli diversi. Ma l'imposizione mondiale del nuovo linguaggio è prima di tutto verticale. Questo linguaggio esprime una nuova etica olistica (integrata) e postmoderna. Animata da una dinamica potente, questa etica tende a trasformare silenziosamente - ma realmente - tutte le culture dall'interno.
Coloro che ne conoscono la storia non possono negare che il nuovo linguaggio e la sua etica vengono da fuorinon dall'Africa, né dalla Chiesa, ma da una minoranza di esperti occidentali postmoderni secolarizzati, anzi laicisti. L'utilizzazione passiva del nuovo linguaggio - per adesione culturale acritica o dietro pressione di una costrizione culturale che appare inesorabile - conduce più o meno coscientemente all'appropriazione dell'etica che la anima.
La Chiesa resta ignorante rispetto alle sfide di questa etica:  ignoranza di fronte, da un lato, ai suoi rischi - che sono mortali per la vita della fede - e, dall'altro, di fronte alle occasioni che i grandi cambiamenti culturali mondiali attuali offrono all'evangelizzazione e all'avvento della civiltà dell'amore. La nuova etica postmoderna decostruisce in effetti non solo la tradizione ebraico-cristiana, ma anche la modernità e le sue ideologie. Non è tutto o bianco o nero. S'impone quindi con urgenza uno sforzo di discernimento intellettualmente serio, che ancora non è stato fatto.
L'ignoranza espone i cristiani al rischio di un amalgama tra la nuova etica e la dottrina sociale della Chiesa. È questo stesso amalgama che ha portato i cristiani occidentali al dissalamento della loro fede, in particolare dopo la rivoluzione culturale degli anni sessanta. Resta un enorme lavoro da fare per formulare la risposta che il Vangelo e la dottrina sociale danno alle sfide antropologiche e teologiche della postmodernità.
Di fronte alle sfide di un'etica che, nei suoi aspetti radicali, vuole imporre alle culture la trascendenza del diritto di scelta dell'individuo al di fuori del disegno di Dio, i cristiani devono mettere nuovamente in luce la trascendenza della rivelazione divina. Il servizio più grande che la Chiesa può rendere all'umanità è infatti essere se stessa  e  rimanere  fedele  al  Signore Gesù.



(©L'Osservatore Romano 23 ottobre 2009)
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