I talebani invitati a partecipare al processo di pace

Obama chiede a Karzai
l'apertura di una fase nuova


di Gabriele Nicolò

Non nasce sotto i migliori auspici il nuovo mandato presidenziale di Hamid Karzai, proclamato vincitore del voto del 20 agosto dopo che lo sfidante, l'ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, ha annunciato il ritiro dal ballottaggio, previsto il 7 novembre. Una vittoria per abbandono, dunque, di un presidente non più amato come prima dal popolo afghano e trattato con molte riserve da una parte cospicua della comunità internazionale.
Gli Stati Uniti hanno detto che lavoreranno, con le migliori intenzioni, a fianco del confermato presidente, del quale riconoscono la legittimità, ma Obama ha subito parlato chiaro:  niente parole inutili e solo fatti concreti. Il capo della Casa Bianca ha invitato anzitutto Karzai a estirpare il male della corruzione, che da lungo tempo mina le fondamenta delle istituzioni del Paese.
Il secondo mandato di Karzai, ha sottolineato Obama, deve aprire "un nuovo capitolo" nella storia del Paese, fondato su un modo più efficace di gestire il potere. Un invito, quello del presidente statunitense, lanciato mentre alla Casa Bianca continua lo studio della nuova strategia in Afghanistan, che prevede l'invio di quarantamila unità supplementari.
Washington esige ora un rinnovato contesto per il quale valga la pena di investire altre risorse umane.
Le riserve della Casa Bianca nei riguardi di Karzai del resto non sono nuove:  da tempo, infatti, gli Stati Uniti stanno premendo per una riconfigurazione decentralizzata della politica afghana, che preveda meno poteri al presidente. La riconferma di Karzai non chiude il contenzioso:  egli stesso sa bene che indugiare nell'accentramento del potere potrebbe alienargli l'appoggio non solo di Washington, ma anche delle altre potenze occidentali.
Al riguardo è indicativo il doppio auspicio formulato da Karzai all'indomani della sua riconferma:  un Governo di unità nazionale in cui nessuno dovrà sentirsi distante e il coinvolgimento nel processo di pace dei talebani, anche di quelli estremisti, a patto che depongano le armi. L'invito, al momento, sembra non essere stato accolto con favore visto che i miliziani, in un comunicato, hanno definito Karzai una "marionetta" nelle mani delle potenze occidentali. L'idea di far partecipare i talebani al processo di pace era stata già formulata nei mesi scorsi dagli Stati Uniti, con il beneplacito della Nato e dell'Unione europea:  ma ci si era limitati al coinvolgimento dei talebani moderati. Karzai, ora, si è spinto oltre:  sulla praticabilità di questa opzione vi sono chiare riserve.
Dalle urne comunque chi è uscito sconfitto non è Abdullah, ma l'Afghanistan, che non ha saputo gestire adeguatamente - anche perché sotto la minaccia talebana - l'appuntamento elettorale, al quale si chiedeva un contributo importante alla stabilità del Paese. Massicci brogli hanno reso necessario un secondo turno, che poi non  ha  avuto  luogo  perché  lo  sfidante di Karzai ha ammesso che in questo momento in Afghanistan è impossibile tenere elezioni corrette e trasparenti. E i talebani, perciò, cantano vittoria:  la nostra forza - hanno dichiarato in un comunicato - è confermata dal fatto che un vero processo elettorale nel Paese è fallito. Il nuovo mandato di Karzai non può prescindere dalla constatazione di questa sconfitta.



(©L'Osservatore Romano 4 novembre 2009)
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