Una innovativa proposta culturale

Arte ed esperienza spirituale


di Lucetta Scaraffia

La bella catechesi del 18 novembre con cui Benedetto XVI ha introdotto il tema dell'arte come preparazione dell'incontro con gli artisti non solo ha il profondo significato di segnalare la via della bellezza come via principe per il cammino spirituale, ma è anche una innovativa proposta culturale. La sua ricostruzione delle funzioni e del significato dell'architettura romanica e gotica, inserite nella cultura del tempo, indica infatti una direzione di lettura delle opere d'arte oggi poco praticata.
Una proposta positiva e nuova di fronte alla crisi dell'arte - quella che Hegel aveva pronosticato come conseguenza inevitabile della soggettivizzazione e della secolarizzazione - e di fronte a una società in cui le immagini, benché sempre più diffuse e potenti, sono deprivate di significato. "L'immagine è il puro simulacro di se stessa", ha scritto Jean Baudrillard:  cioè non porta più alcun riferimento a realtà e verità. Per questo, "quando tutte le immagini simulano soltanto, come se non ci fosse più una realtà senza di esse, crolla la differenza stessa fra icone e idoli":  a notarlo, con grande lucidità, è Hans Belting, storico dell'arte ma soprattutto studioso di antropologia dell'immagine.
Di questa crisi è responsabile anche la cultura critica, cioè il modo in cui le opere d'arte vengono studiate e interpretate:  un modo cioè esclusivamente filologico ed estetico, attraverso un'interpretazione formale che tende a cancellarne lo spessore storico, e fa dell'arte il settore più secolarizzato della nostra cultura. All'opera d'arte vengono riconosciuti infatti solo il valore estetico, lo stile e l'appartenenza a un movimento, al massimo l'inserimento in un contesto storico e sociale. Siamo di fronte a un processo di secolarizzazione dell'arte sacra confermato anche dallo spostamento di molte opere dal loro luogo naturale, quello per cui erano state eseguite - e cioè chiese o monasteri o ambienti privati - ai musei. Questi sono così diventati il rifugio di immagini che hanno perso il loro posto nel mondo, e il tipo di lettura che delle immagini stesse fa la storia dell'arte non aiuta certo a capire quale fosse la loro funzione, comprensibile solo nel luogo per cui erano state concepite.
A questo rifiuto di riconoscere che l'arte sacra è nata per offrire una vera e propria esperienza spirituale ha contribuito, oltre alla secolarizzazione della società, la convinzione - di matrice protestante - che quanto più una religione è sviluppata spiritualmente, tanto meno ha bisogno di oggetti materiali che veicolino il raggiungimento di Dio; negando la realtà, e cioè che fin dall'inizio della storia documentata gli esseri umani hanno investito del divino alcuni oggetti materiali, come se questa fosse l'unica via per coglierlo.
Oggi alcuni studiosi stanno cercando di leggere le opere d'arte in un modo analogo a quello proposto da Benedetto XVI:  David Freedberg, che ha tentato di ricostruire i significati che, nel corso dei secoli, l'immaginazione popolare ha attribuito a certe rappresentazioni, quasi tutte di arte sacra, e soprattutto Belting, che sostiene che c'è il tempo dell'immagine (fino alla Riforma), poi il tempo dell'arte (il tempo moderno), e oggi la fine della storia dell'arte, dal momento che si è perduto ogni interesse per il suo significato, per la funzione per la quale era stata creata.
Ma bisogna aggiungere che molti altri studiosi - tranne importanti eccezioni fra cui, in primis, Timothy Verdon, che in Italia anima l'iniziativa Imago Veritatis. L'arte come esperienza spirituale - pensano che non abbia alcun interesse scoprire i significati teologici di un'opera, né tanto meno l'uso che ne veniva fatto, soprattutto se si tratta di un uso devozionale, come se questo non avesse rapporto con la fattura artistica, lo stile, la creatività dell'artista. Come se non avesse alcuna importanza l'evidente convinzione che la contemplazione conduce dapprima all'imitazione e in seguito all'elevazione dello spirito:  convinzione che ha guidato non solo tanti artisti, ma anche i loro committenti e ha determinato l'atteggiamento di coloro che sono entrati in contatto con queste immagini.
Questa perdita delle funzioni tradizionali giunge a offuscarne non solo l'effetto spirituale, ma anche quello sociale, come osserva Régis Debray:  "L'immagine è più contagiosa, più vitale dello scritto. Ma, al di là delle sue virtù riconosciute nella propagazione delle sacralità, che ne farebbero, al limite, soltanto un espediente ricreativo, mnemotecnico e didattico, essa ha il dono capitale di saldare la comunità credente. Per identificazione dei membri all'Imago centrale del gruppo".



(©L'Osservatore Romano 22 novembre 2009)
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