L'insistenza del Papa sulla questione di Dio

Per un mondo nuovo


Nell'anno appena trascorso la questione di Dio sembra essere tornata di attualità. Le sue tracce parevano scomparse o confuse con quelle di un numero sterminato di nuovi idoli che anche le società evolute si concedono facilmente. Ma nessuno può garantire che il ritorno di Dio nei dibattiti e persino in internet significhi la sua accoglienza amichevole nella storia dei nostri giorni e nella vita stessa delle religioni.
Benedetto XVI - senza dubbio il più appassionato e convinto sostenitore di un ritrovato incontro con Dio che renda più abitabili la terra e le case degli uomini - invita anzitutto a compiere passi ragionevoli verso un Dio non generico, ma che si è incarnato in Gesù Cristo. Così, il suo pontificato si sta delineando sempre più come ponte tra Dio e la modernità. Il Pontefice, prima di ogni altra preoccupazione, ha aperto perciò nella Chiesa una nuova attenzione alle cose dello spirito.
L'evangelizzazione - annuncio del vangelo di Gesù salvatore del mondo - passa attraverso l'esperienza della carità. Papa Ratzinger ha segnalato, in ogni fase del suo magistero e con ogni genere di interlocutore, la necessità, fondata sulla ragione, di rendere attuale l'incontro della società contemporanea con Dio, snodo decisivo anche per un futuro significativo dell'umanità.
L'aprire con la ricerca di senso un orizzonte più ampio alla progressiva indagine sul cosmo aiuta a trovare nuova armonia nell'universo che a piccoli passi, registrati dalla scienza anche nell'anno appena concluso, ci appare sempre meglio conosciuto. La convinzione di Benedetto XVI che l'era nuova inseguita dall'umanità è facilitata da un amichevole confronto dell'uomo con Dio è un punto di vista non banale.
Ragionare intorno a Dio rende l'uomo più cauto, lo libera dall'ira e dalla volontà di dominio perché ne misura la grandezza ma pure il limite. E questo senso del limite giova a scienziati, politici ed ecclesiastici, come il Papa ricorda di continuo a se stesso e a ciascuno. Così come ripete sotto molte formule un concetto basilare:  essere cristiani è vivere come familiari di Dio. La familiarità con Dio è dono aperto a tutti. E Dio - almeno quello mostrato da Gesù, cioè quello invocato nella preghiera del Padre nostro - non deve essere brandito contro alcuno:  stare con Dio non può infatti ridursi a servirsi di Dio.
Ciascuno, se ritiene, può fare bilanci e valutare persino l'azione di Papa Ratzinger, ma bisognerebbe volare alto come egli fa, senza impantanarsi in diatribe domestiche e parziali, perdendo il quadro d'insieme. Tra i tanti eventi significativi che la Chiesa ha vissuto nell'anno che si è appena chiuso - si pensi soltanto all'assemblea sinodale dedicata all'Africa con quella sua forza profetica segnalata dallo stesso Benedetto XVI - due meritano particolare riflessione, segni rivelatori di un progetto e di un metodo che, come semi, potranno fiorire.
In primo luogo, bisogna rileggere la lettera del 10 marzo scorso indirizzata dal Papa ai vescovi della Chiesa cattolica "riguardo alla remissione della scomunica dei quattro vescovi consacrati dall'arcivescovo Lefebvre". Per le circostanze in cui è nata, per i toni, per il gesto inatteso e inconsueto e per le questioni toccate non potrà essere facilmente accantonata. Essa infatti mette a nudo temi brucianti del disagio che si vive nella Chiesa.
Il ritorno a un confronto pacato tra cattolici è infatti capitale per comprendere senza recriminazioni e senza strumentalizzazioni il senso autentico del concilio Vaticano ii, accogliendolo invece - con tutte le conseguenze - come vera Pentecoste del nostro tempo. Benedetto XVI legge il disagio che degenera in aspro confronto come una manifestazione del graduale attenuarsi e sparire di Dio dall'orizzonte degli uomini. La discordia tra credenti indebolisce infatti la loro credibilità di testimoni.
In secondo luogo, è impossibile non ricordare l'enciclica Caritas in veritate, dove con un'espressione efficace dell'amore e del rispetto della Chiesa per la società secolare e la sua autonomia, il Papa ha di nuovo scelto di trattare dell'economia, uno dei nodi centrali dell'attuale ordine internazionale. Gettando semi per un'economia nuova, l'enciclica è aperta a un cerchio molto ampio di persone e di popoli. La crisi mondiale ha mostrato molto concretamente quanto l'ordine economico globale incida sulla vita della gente, oltre che sulla politica internazionale e all'interno dei singoli Paesi.
Se l'economia va male, tutti stanno male e i poveri stanno peggio. Dal disordine che si è creato sotto il cielo, con le sue crisi cicliche, è possibile uscire se l'uomo torna a guardare il cielo. Perché il Dio che vi abita e che Benedetto XVI indica a tutti, da lungo tempo abita anche in terra fra gli uomini. E li aiuta a superare con efficace solidarietà la ripugnanza degli uni verso gli altri che l'umanità, dimentica della fraternità, si trascina da sempre e alimenta continuamente. Escogitando e innalzando, con incredibile fantasia, muri e steccati di ogni sorta.

c. d. c.



(©L'Osservatore Romano 1 gennaio 2010)
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