Il dossier dell'agenzia Fides sui missionari uccisi nel 2009

La Chiesa vera di cui non parlano i giornali


di Lucetta Scaraffia

Trentasette missionari uccisi nell'anno appena concluso. Tranne la lodevole eccezione, in qualche modo scontata, dei giornali cattolici - soprattutto "Avvenire", che ha dedicato una intera pagina alla questione - in Italia i media non hanno dato risalto al dossier, diffuso dall'agenzia Fides, sui cattolici morti a causa del loro apostolato. Questi nel corso del 2009 sono stati quasi il doppio di quelli uccisi l'anno precedente. Un numero così alto non era mai stato raggiunto negli ultimi dieci anni, e la cifra non è definitiva perché probabilmente altre uccisioni non hanno avuto eco.
La notizia non è stata data con rilievo perché contraddice l'immagine della Chiesa dominante sui media. Qui infatti di solito essa viene rappresentata come una struttura ricca e potente, che vuole imporre le sue leggi anche a chi non si sente parte del mondo cattolico, una oligarchia anziana e rigida che sarebbe incapace di capire come è cambiato il mondo:  in sostanza, un anticume da liquidare per la libertà dell'umanità.
Della Chiesa invece si rilevano con molto risalto i difetti e i crimini di alcuni suoi rappresentanti infedeli, come quelli dei preti pedofili in Irlanda. Una istituzione che si preferisce fare rappresentare soltanto dai cardinali, dipinti come stereotipo di uomini di potere, oppure da sacerdoti che danno scandalo per il loro comportamento o per critiche alla Chiesa, piuttosto che da donne e uomini seriamente impegnati in una missione difficile e spesso pericolosa, tanto è vero che perdono la vita a causa di questa scelta di carità coraggiosa.
Questi testimoni di Cristo sono sparsi in tutti i continenti perché, se è vero che in Europa solo un sacerdote è stato ucciso (in Francia), fra le vittime registrate in altri Paesi gli europei sono otto, tutti missionari, gli originari delle Americhe diciannove, sette gli africani e due gli asiatici.
Ma non c'è differenza nella morte fra missionari e cattolici appartenenti alle Chiese locali:  tutti sono stati uccisi in conseguenza della loro decisione di vivere e agire in zone pericolose del mondo, cercando con la loro attività e con il loro esempio di portare a quanti vivono in quei luoghi un messaggio diverso dalla realtà che devono subire tutti i giorni. Il solo fatto di fare questa vita così diversa, e di portare fiducia e aiuto dove non c'è che paura e violenza, li rende pericolosi agli occhi di chi attraverso questa violenza domina e opprime. Ma proprio la loro testimonianza eroica dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, quanto sia utile una presenza di questo genere in zone deteriorate e devastate dal sopruso. Senza armi - e spesso con pochissimi mezzi, certo molti di meno di quelli dei poteri violenti che essi combattono - questi cattolici dimostrano con il loro esempio che un altro mondo è possibile, un mondo di solidarietà e verità, di amore gratuito. E già questo basta a renderli un bersaglio mortale.
Perché nessuno ha raccontato la storia di William Quijano, un ragazzo della Comunità di Sant'Egidio? Nel Salvador animava un centro per la cultura della pace - che lì non è tanto una questione di utopia ideologica, ma un concreto insegnamento contro la violenza che dilaga quotidianamente - e per questo è stato ucciso da una di quelle gang violente e pronte a tutto perché quei Paesi rimangano un serbatoio di giovani disposti a sparare e uccidere.
Ma c'è anche la vicenda di don Révocat Gahimbare, ucciso in un agguato in Burundi perché, avendo saputo di un assalto al monastero delle suore "Bene Maria", si stava recando a portare aiuto alle religiose. E, ancora, le storie dei molti uccisi per rapina, perché residenti in zone dove svolgevano la loro missione a contatto con ambienti violenti, vivendo e operando senza alcuna protezione. Luoghi dove quasi mai nessun altro va e che si potrebbero definire abbandonati da Dio, ma che i missionari raggiungono per dare una prova che Dio non abbandona nessuno. Questa è la Chiesa vera, quella di cui non parlano i giornali, neppure quando diventa notizia di cronaca nera.



(©L'Osservatore Romano 4-5 gennaio 2010)
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