Se si manipola l'idea di malattia

Il dolore, il piacere
e l'inganno del relativismo


di Carlo Bellieni

Nella giornata del malato una riflessione s'impone sul significato di malattia oggi. Infatti questa parola ha subito negli ultimi decenni un attacco formidabile; l'idea stessa di malattia è stata manipolata e stravolta tra opposti eccessi. È stato ampiamente denunciato dalla letteratura scientifica il disease mongering ("mercificazione della malattia"), in base al quale certi produttori di farmaci non esitano ad accreditare con accurate operazioni di marketing comuni fenomeni fisiologici (menopausa, timidezza e così via) come malattie, allo scopo di vendere farmaci, e "mentre prima la tradizione medica divideva gli stati di salute in normale e anormale, da questa operazione la definizione di malattia esce inevitabilmente arbitraria:  è nell'interesse delle compagnie farmaceutiche allargare il range di ciò che è anormale per allargare il mercato" ("Plos Medicine", aprile 2008).
Così, malattia può diventare ogni stato di insoddisfazione che porta il soggetto a cercare esasperatamente terapie. Per tutti valga l'esempio della chirurgia estetica estrema, che viene giustificata proprio col fatto che il proprio aspetto sano ma non gradito sarebbe una vera e propria malattia. Addirittura una vita triste può essere considerata malattia, la cui terapia s'identifica con la fine della vita.
La malattia può essere anche negata, sotto la forza di pressioni sociali. Per esempio, negli anni Ottanta il movimento antipsichiatrico inglese sosteneva che il disagio mentale fosse dovuto a fattori sociali e non a difetti organici e lasciò senza cure valide migliaia di pazienti. C'è poi il caso di certi gruppi di disabili che preferiscono ritenersi semplicemente parte di una minoranza e non malati, come la donna sorda che per avere a ogni costo una figlia non udente si fece fecondare artificialmente dal seme di un soggetto sordo ("Cambridge Quarterly of Healthcare Ethics", 2010).
Ma perché il concetto di malattia è sotto questo attacco? La risposta si trova in Die fröhliche Wissenschaft ("La gaia scienza", 1882) di Friedrich Nietzsche, testo dirompente perché rivoluzionava l'idea stessa di scienza, proprio nell'epoca in cui essa era assurta a divinità. Il pensatore distrugge questo sacrario, in nome non di un'idea religiosa - la vera religione non ha mai avuto contrasti con la vera scienza, e Nietzsche infatti le aborrisce entrambe - ma di un profondo credo nell'assenza di significato delle cose:  la scienza è nemica dell'uomo perché si basa sulla certezza che la realtà ha un significato:  "Si vede che anche la scienza riposa su una fede, che non esiste affatto una scienza "scevra di presupposti". Questa incondizionata volontà di verità, che cos'è dunque? (...) Ebbene, si sarà compreso dove voglio arrivare, vale a dire che è pur sempre una fede metafisica quella su cui riposa la nostra fede nella scienza. Ma come è possibile, se proprio questo diventa sempre più incredibile, se niente più si rivela divino salvo l'errore, la cecità, la menzogna?". Insomma, non assistiamo più a una dittatura della scienza, come nell'epoca del positivismo; anzi, oggi governa la cultura una dittatura del relativismo scettico e antiscientifico che presuppone l'impossibilità di conoscere realmente e con certezza la natura, avendone smarrito il senso.
Ma se la realtà non è più una certezza e si piega all'umore del soggetto che la interpreta, anche la vita stessa si svuota di significato, e dunque di attrattiva, diventa pesante sin dalla culla, al punto che inevitabilmente ogni vita viene vista come una malattia. "L'uomo cancro del mondo" è uno degli slogan in voga nell'ambientalismo oltranzista; e negli studi scientifici sui trattamenti di fine vita echeggia talora il pessimismo filosofico, tanto che si trova a esergo di uno studio scientifico sulla sospensione delle cure ai bambini ("Archives de Pédiatrie", 2002) la drammatica frase di Giacomo Leopardi:  "Se è un infortunio vivere, perché bisogna che il vivere si accanisca su di noi?".
Se il costume imperante è il relativismo che toglie senso al vivere, la malattia vera che genera una sofferenza indubitabile e inesorabile - e la nostra voglia di sconfiggerla - diventa paradossalmente l'unico fatto indubitabile e certo, e dunque in grado di svelarne l'inganno. Per questo i propugnatori del relativismo integralista cercano di renderne i confini nebulosi:  forti dolori e grandi gioie (e la voglia di sconfiggere il dolore che ancora sappiamo riconoscere come tale) sono per loro un ostacolo in quanto fatti certi, che come tali non lasciano spazio a incertezze e dubbi relativisti.
Nelle Lettere di Berlicche Clive S. Lewis, simulando istruzioni di un vecchio diavolo a un demonio più giovane per fargli ottenere l'anima di un ragazzo, fa dire al primo:  "La caratteristica dei Dolori e dei Piaceri è che non si può sbagliare sulla loro realtà e perciò, in quanto esistono, offrono all'uomo che li prova una pietra di paragone della realtà. Cinque minuti di genuino mal di denti rivelerebbero i dolori romantici per quell'assurdo che sono e metterebbe a nudo il tuo stratagemma".
La cultura contemporanea invece offusca i veri piaceri, lasciando libero accesso solo a quelli a pagamento, e illude di star bene quando si è malati (e viceversa), per offrire come legge all'uomo non più quella naturale, ma la legge del consumo. Per questo si cerca di rendere l'idea di malattia - così come quelle di piacere o di legge naturale - più impalpabile e vaga:  per farci dimenticare la nostra natura di esseri finiti, ma desiderosi di Infinito in un mondo che abbassa le nostre aspettative e che per questo, come scriveva Thomas S. Eliot, lasciamo in preda a "usura, lussuria e potere". Cioè alle leggi di chi detta le mode e influenza i mercati.



(©L'Osservatore Romano 12 febbraio 2010)
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