I risultati del vertice di Bruxelles sulla crisi greca

L'Europa
che non c'è


di Luca M. Possati

I mercati cercavano un segnale rassicurante e non l'hanno ottenuto. Dal vertice straordinario dell'Ue a Bruxelles non è emersa nessuna indicazione chiara sui nodi centrali dell'attuale, delicatissima, fase in cui versa l'economia europea. La Grecia non ha chiesto aiuti e non li riceverà. Dovrà però sottoporsi - per la prima volta nella storia dell'Unione - alla tutela permanente di Bruxelles e dare precise garanzie che il piano del Governo per la riduzione del deficit venga rispettato. Impegni generici, troppo generici:  di fronte a una crisi che non molla la presa i leader europei hanno preferito lasciare le cose come stanno ed esprimere una semplice solidarietà verbale ad Atene, preservando così la stabilità e in attesa di segnali più convincenti da Oltre Oceano.
Purtroppo restano ancora aperti molti interrogativi. Quanto costerà alla Grecia il piano di Papandreou? Cosa accadrà se Atene non dovesse riuscire a rifinanziare il debito? Un eventuale salvataggio in extremis quali conseguenze comporterebbe? E quali il non farlo? Quasi sicuramente, se le cose non dovessero funzionare, Francia e Germania entreranno in azione. I due Paesi, che insieme detengono il 39 per cento del debito ellenico, hanno dimostrato in questi giorni di essere più che disposti a un piano congiunto da estendersi eventualmente ad altri membri dell'Ue. Ciò nonostante, le regole formali dei trattati su cui si fonda l'Unione sanciscono che ogni Stato dev'essere responsabile dei propri conti e quindi vietano il salvataggio. Occorre però tenere conto di due fattori importanti:  il primo è l'eccezionalità dell'attuale congiuntura dell'economia europea, il secondo l'esistenza di leggi non scritte. Nel primo caso, come sottolineano molti analisti, la crisi ellenica interessa tutta la zona euro perché gli squilibri interni potrebbero estendersi e contagiare molti altri Paesi, cancellando così i deboli segnali di ripresa registrati negli ultimi mesi. Nel secondo, al di sopra di qualsiasi norma scritta si pone la credibilità internazionale dell'euro:  l'imperativo di preservarla a ogni costo vale l'impegno di sanare qualsiasi debito, per quanto oneroso esso sia.
Malgrado ciò, anche ammettendo che il salvataggio greco è obbligatorio per l'Ue, lo stesso principio dovrebbe valere per la Spagna, per il Portogallo e per l'Irlanda, tutti membri in grave difficoltà. Un volta che si decide di aiutare Atene, non si può negare l'aiuto a Madrid, a Lisbona e a Dublino. Si verrebbe così a creare un effetto domino che finirebbe per minare non solo l'unità, ma anche la legittimità stessa dell'Unione. Inoltre, esistono limiti tecnici che pochi finora hanno preso in considerazione. L'Europa non ha gli strumenti né per mettere a disposizione la liquidità necessaria alla Grecia né per disporre un piano fiscale credibile per arrestare la speculazione. Se invece il piano fosse predisposto da un gruppo di Paesi, questi - dicono gli esperti - non avrebbero né la liquidità sufficiente né l'autorità per imporre condizioni a un altro membro dell'Ue. Per la verità esiste una clausola del Trattato di Lisbona che ammette aiuti a un Paese in seria difficoltà, ma solo nel caso in cui quest'ultimo si trovi "a confronto con circostanze eccezionali al di fuori del proprio controllo".
I modi per affrontare un tale percorso a ostacoli sono tanti. C'è l'ipotesi di un credito multilaterale, il che significherebbe creare linee di credito condivise o un fondo comune per le emergenze. Un'altra strada potrebbe essere quella delle garanzie sulle obbligazioni:  le autorità centrali o i singoli Paesi si farebbero garanti dei titoli di debito emessi dal Governo greco. Una terza ipotesi è quella del ricorso al Fondo monetario internazionale, possibilità avallata anche dalla Gran Bretagna e dalla Svezia.
Comunque, l'indecisione dimostrata dai leader al vertice di Bruxelles rappresenta un colpo durissimo alla credibilità dell'euro e, più in profondità, all'identità politica europea. Un passo indietro nel difficile, e ancora molto lungo, processo d'integrazione e di legittimazione dell'Ue. I mercati non mentono:  la moneta unica è tornata a scendere rispetto al dollaro.



(©L'Osservatore Romano 13 febbraio 2010)
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