Crisi economica e spese militari

Come cambia il mondo


di Ettore Gotti Tedeschi

Molti si chiedono se possa realmente cominciare una guerra fredda fra Stati Uniti e Cina. Per dare una risposta esauriente è necessario analizzare la correlazione tra budget militari, sviluppo e crisi economica. Valutando se le esigenze di spesa per la difesa concorrano a spiegare la congiuntura attuale e considerando i possibili rischi futuri.
Per un trentennio - sino alla fine degli anni Ottanta - il mondo ha vissuto la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, una dinamica che ha giustificato alti investimenti nella difesa, sostenuti in America da una forte crescita economica. Ma quella crescita, in un mondo allora molto meno globalizzato, è stata a sua volta dovuta agli investimenti per lo scudo stellare, che si sono tradotti in vantaggi tecnologici per il sistema industriale. Sempre verso la fine degli anni Ottanta le previsioni economiche dei falsi profeti neomaltusiani, e il successivo crollo della natalità nel mondo occidentale, hanno provocato il progressivo rallentamento dello sviluppo economico, riducendo conseguentemente la capacità di assorbimento dei budget della difesa.
Per cercare di compensare la flessione economica è stato così accelerato il processo di globalizzazione attraverso la strategia di delocalizzazione produttiva in Asia. Il continente ha così iniziato la sua travolgente crescita economica, acquisendo un nuovo ruolo geopolitico. Insieme alla globalizzazione, è stato accelerato anche il processo di pacificazione che ha condotto alla conclusione della guerra fredda tra Stati Uniti e Russia, con il crollo del muro di Berlino. La fine della tensione internazionale ha permesso l'affermazione della strategia economica su quella bellica. In pratica i missili sono stati sostituiti dal mercato, con la drastica riduzione dei budget militari.
Ma dopo la guerra fredda ha avuto luogo un evento imprevisto:  l'avvento su vasta scala del terrorismo internazionale. Dopo l'11 settembre 2001 è stata più forte l'esigenza di riprendere gli investimenti nella difesa, riconoscendo come insufficiente la prevenzione dell'intelligence. Negli Stati Uniti - impegnati nei conflitti in Afghanistan e in Iraq - le spese militari hanno ricominciato a crescere con un tasso annuo superiore al 14 per cento. Dal 2001 a oggi lo sforzo economico americano in chiave bellica è quasi raddoppiato. Ma lo stesso è avvenuto in Asia, con la conseguente affermazione di un nuovo assetto geopolitico.
La rinnovata crescita del budget per la difesa statunitense ha avuto bisogno di una copertura immediata, quindi di un sostanzioso aumento del prodotto interno lordo per non penalizzare gli altri investimenti e le spese sociali. Si è così prodotta l'espansione del debito per finanziare i consumi necessari alla crescita economica, giungendo all'eccesso dei famosi mutui subprime, causa della crisi attuale.
Il terrorismo ha perciò indirettamente provocato il collasso economico e la successiva vulnerabilità di famiglie, imprese e Stati. Sono inoltre ancora da valutare le conseguenze della crescita eccessiva del debito e del suo indispensabile sgonfiamento (deleveraging), che potrà causare effetti di austerità su tempi lunghi e rischi di inflazione in tempi brevi. Ma potrebbe anche generare una sorta di deglobalizzazione per attuare manovre di protezionismo domestico a discapito dei Paesi asiatici, peraltro detentori di gran parte del debito pubblico statunitense.
Ma tutto questo potrebbe avvenire in un mondo molto cambiato, i cui assetti geopolitici lasciano davvero intuire il rischio di nuove guerre fredde. La Cina di oggi, però, non è paragonabile all'Unione Sovietica degli anni Settanta, né gli Stati Uniti sono quelli degli anni Ottanta, che dominavano monopolisticamente tecnologie, produzione e finanza e che fronteggiavano i sovietici, ricchi di armamenti ma senza efficienti strutture industriali. Il potere economico, e probabilmente anche bellico, non è più dominio esclusivo dell'Occidente.
Il mondo sempre più bipolarizzato tra est e ovest fa inoltre intravedere la difficoltà di un dialogo tra culture tanto distanti. Rendendo ancora più prezioso il contributo di chi - come Benedetto XVI - invoca la pace appellandosi alla ragione delle donne e degli uomini di oggi.



(©L'Osservatore Romano 20 febbraio 2010)
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