Equilibri interni e rapporti internazionali

Quale Iraq
dopo le elezioni legislative


di Gabriele Nicolò

Fallito il tentativo dei terroristi di boicottare le legislative in Iraq, dopo la grande prova di coraggio dei cittadini che in gran numero, nonostante le minacce, sono andati a votare, tocca ora ai politici che saranno eletti dimostrarsi all'altezza di un compito fondamentale:  traghettare il Paese verso una compiuta transizione democratica. Secondo stime ancora approssimative (i risultati parziali sono previsti non prima di giovedì e quelli finali per la fine di marzo) gli sciiti avrebbero riconfermato il premier Nouri Al Maliki.
Nello stesso tempo i sunniti, che alle elezioni di cinque anni fa si erano astenuti, hanno premiato l'ex primo ministro Iyad Allawi. In queste ore la sua lista "Iraqiya" viene data testa a testa con l'alleanza guidata da Al Maliki. "Se dovessi diventare primo ministro, il mio Governo avrà buone relazioni con tutti i Paesi vicini" ha dichiarato Allawi, aggiungenddo:  "Saremmo equidistanti tra Stati Uniti e Iran".
Un dato interessante del voto di domenica 7 viene dai sunniti. A differenza di quanto accadde nel 2005, i sunniti si sono recati in massa alle urne. Le loro roccaforti tradizionali - come Ramadi, Falluja, Tikrit, città natale di Saddam Hussein e della vecchia dirigenza baathista, la provincia di Diyala - hanno visto un tasso di partecipazione superiore al sessanta per cento. "Un fatto importantissimo. Significa che i sunniti hanno scelto la via del voto a quella del fucile, che è poi quella della democrazia e della convivenza civile" ha affermato la tv nazionale Al Sharkia.
Basti pensare che dopo l'intervento angloamericano e le rivendicazioni della maggioranza sciita, i leader politici e religiosi sunniti avevano scelto la strategia dell'astensionismo nonché quella della lotta armata, sfociata in una sorta di alleanza con l'estremismo wahabita di Al Qaeda.
Ora è l'ex premier Allawi che intende valorizzare il ritorno dei sunniti:  il suo partito sostiene il superamento dello scontro settario e religioso nel segno di una nuova identità laica dello Stato. Riguardo ai curdi, il voto ha confermato la loro alta affluenza nel nord (più dell'80 per cento).
Al di là dei dati, per quanto indicativi, va messo in evidenza che l'Iraq è stato in grado di tenere due libere elezioni in cinque anni, sebbene segnate dalle violenze. In un territorio che, quotidianamente, è nel mirino dei terroristi, si è riusciti a organizzare consultazioni popolari nonostante le aperte minacce dei guerriglieri contro chiunque avesse osato recarsi alle urne. Ma il difficile non finisce qui.
Come sottolinea il premio Pulitzer Tom Friedman, editorialista di "The New York Times", ora "non si deve sottovalutare quanto sia difficile passare dal voto al governo democratico e alla costruzione di un Esecutivo che riesca a far progredire la società". Si tratta in sostanza di capire se i leader che i cittadini iracheni hanno scelto, andando alle urne e così sfidando la morte,  sapranno  dimostrarsi  veri statisti.
Certamente alla comunità internazionale non è sfuggita l'importanza di questa consultazione elettorale. Il presidente statunitense Barack Obama ha parlato di "pietra miliare nella storia di una nazione che sceglie il proprio futuro attraverso un processo politico". E gli ha fatto eco il segretario di Stato Hillary Clinton, che pensa di costruire una relazione "solida e permanente" con il nuovo Governo di Baghdad.
L'elogio rivolto al popolo iracheno dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha fatto da battistrada al coro di congratulazioni intonato dai diversi esponenti della comunità internazionale:  dal ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, al collega italiano, Franco Frattini. Il titolare della Farnesina ha voluto anche sottolineare, in questo importante momento della storia politica irachena, "lo straordinario bisogno che la minoranza cristiana sia tutelata". Alla vigilia del voto, il premier Al Maliki ha ribadito l'impegno a fare tutto il possibile per proteggere i cristiani, bersaglio di sistematiche violenze.
Proprio in queste ore, intanto, il generale Ray Odierno, comandante delle truppe statunitensi in Iraq, ha affermato che solo nel prossimo decennio si potrà fare un bilancio definitivo sull'esito della campagna militare americana in Iraq.
"Ci potrebbero volere anche dieci anni per sapere se avremo vinto" ha dichiarato il generale, confermando che il piano di ritiro statunitense (agosto 2011) sarà rispettato.



(©L'Osservatore Romano 10 marzo 2010)
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