Donne e uomini nella Chiesa di oggi

Una collaborazione antica e nuova


di Lucetta Scaraffia

I cambiamenti delle società occidentali che hanno aperto alle donne gli spazi prima riservati agli uomini - cambiamenti che stanno influenzando le altre culture del mondo - hanno provocato una rivoluzione nella configurazione dei ruoli sessuali, ponendo anche per la Chiesa cattolica la questione di ampliare il ruolo delle donne. Si tratta di un problema di eguaglianza che la tradizione cristiana ha avuto ben chiaro fin dalle origini, portandola ad avviare un'autentica rivoluzione nei confronti del modo di concepire la differenza sessuale. A sua volta, questo mutamento radicale è all'origine della rivoluzione femminile contemporanea realizzatasi nelle società occidentali. Ma se nei secoli passati la Chiesa si è nei fatti dimostrata nei confronti delle donne più aperta del mondo profano, oggi la situazione si è capovolta, e le pressioni esterne e interne, affinché il nodo venga affrontato in ambito cattolico, sono forti e urgenti.
Finora, la risposta cattolica si è articolata soprattutto sul piano teorico, a differenza della società laica nella quale i cambiamenti sono stati teorizzati mentre avvenivano e, quindi, con poca consapevolezza dei rischi che molte di queste innovazioni rivoluzionarie potevano portare, quale ad esempio il crollo demografico. L'atteggiamento della Chiesa offre un vantaggio iniziale, perché è chiara la linea scelta, secondo la quale si dovrà muovere l'apertura a una maggiore presenza femminile:  la Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo ii ha ricordato infatti come alle donne debbano venire attribuiti ruoli di eguale importanza, sebbene di diversa natura, a quelli degli uomini nella vita della Chiesa, e il principio è stato richiamato anche dal cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo.
Il problema però è che a questa importante elaborazione teorica non ha fatto seguito con altrettanta nettezza una trasformazione nella partecipazione femminile alla vita della Chiesa, o, perlomeno, la partecipazione, che pure si è significativamente ampliata, si è mantenuta quasi sempre al di fuori delle sfere decisionali e degli ambiti di elaborazione culturale. Si può capire, quindi, come la pressione delle escluse - spesso, peraltro, senza ragioni di merito - possa farsi sentire, anche se sommessamente. Non è solo un problema di giustizia sociale, di "pari opportunità", perché così la Chiesa rischia di non fare fruttare energie e contributi spesso di primaria importanza.
Basti un esempio:  nelle dolorose e vergognose situazioni in cui vengono alla luce molestie e abusi sessuali da parte di ecclesiastici su giovani a loro affidati, possiamo ipotizzare che una maggiore presenza femminile non subordinata avrebbe potuto squarciare il velo di omertà maschile che spesso in passato ha coperto con il silenzio la denuncia dei misfatti. Le donne infatti, sia religiose che laiche, sarebbero per natura più portate alla difesa dei giovani in caso di abusi sessuali, evitando alla Chiesa il grave danno che questi colpevoli atteggiamenti le hanno procurato.
Lo aveva in qualche modo percepito, ad esempio, nella seconda metà dell'Ottocento Daniele Comboni, che è stato beatificato e canonizzato da Giovanni Paolo ii. Impegnato nel difficilissimo compito di organizzare le missioni cristiane nell'odierno Sudan, dove quasi nessun europeo si era ancora avventurato, egli presto capì che il suo progetto non poteva realizzarsi senza la presenza femminile consacrata. Cercò quindi, fra mille difficoltà, di fondare una congregazione di missionarie disposte a spingersi in luoghi così selvaggi e pericolosi, con una scelta motivata da molte ragioni:  le religiose, infatti, erano più tenaci e si inserivano più facilmente nelle culture diverse.
Il grande missionario era inoltre convinto che la presenza di donne occidentali accanto a quella dei suoi missionari li avrebbe aiutati a mantenere un comportamento corretto, e soprattutto avrebbe loro impedito di infrangere il voto di castità, pericolo invece non infrequente in luoghi isolati, dove la promiscuità sessuale e soprattutto il potere nei confronti di donne e ragazzi rendevano la tentazione non improbabile. Scrive infatti Comboni che la suora è "essenziale" per le missioni, perché "è una difesa e una garanzia per il missionario". Questo esempio storico, dunque, indica una possibilità, fra le tante realizzabili, di collaborazione e di aiuto reciproco che donne e uomini si possono scambiare nella vita della Chiesa a servizio della persona umana. Di fatto, quasi non esiste congregazione religiosa che non contempli, al tempo stesso, oltre al ramo maschile anche quello femminile, a motivo di quell'intuito che intravedeva proprio nel ruolo della donna consacrata un dono di cui solo essa può essere portatrice.



(©L'Osservatore Romano 11 marzo 2010)
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