Tra sviluppo interno e leadership mondiale

La roulette cinese


di Luca M. Possati

Contenimento dell'inflazione, incentivi alla domanda interna, lotta alla corruzione, aumento della spesa pubblica e una crescita record pari all'otto per cento del pil. Tutto, ma a una condizione:  "Il cambiamento dello schema di sviluppo economico". Il discorso inaugurale del premier cinese, Wen Jiabao, alla seduta annuale dell'Assemblea nazionale rispecchia le convinzioni e le ambizioni del Governo di Pechino. La rinascita si è compiuta, il Drago si è svegliato ed è pronto ad assumere le redini dell'economia mondiale. "Il 2009 è stato l'anno più difficile dall'inizio del nuovo secolo - ha spiegato Wen Jiabao - l'economia ha subito l'impatto della crisi ma è comunque riuscita a mantenere una crescita". Il nuovo anno "si prospetta come un momento decisivo per completare l'undicesimo piano quinquennale e per predisporre delle buone fondamenta per il dodicesimo".
Le altisonanti previsioni, tuttavia, non debbono far dimenticare - come sottolineano numerosi analisti - che anche il colosso asiatico ha dei punti deboli. Trent'anni dopo l'avvio delle riforme di Deng Xiaoping che hanno trasformato la Cina da un'economia rigidamente pianificata in un socialismo di mercato più ricettivo nei confronti delle imprese straniere, il sistema resta tuttora un mondo che, sotto molto aspetti, fa storia a parte. Basta un esempio:  nei primi sei mesi del 2009 la Banca centrale ha concesso 1.100 miliardi di crediti, una straordinaria iniezione di liquidità volta ad accelerare produzione e consumi. La risposta positiva c'è stata, ma fino a quando durerà una ripresa trainata soltanto dal denaro pubblico? Può un Paese dove il reddito pro capite (in media seimila dollari l'anno) è meno di un sesto di quello americano e meno di un quinto di quello europeo assumere la leadership dell'economia?
Dal punto di vista borsistico, negli ultimi anni contrattazioni e volumi sono cresciuti a un ritmo esponenziale. Così come il numero delle società quotate. Gli investitori sono pressoché raddoppiati fino a superare i cento milioni, contemporaneamente al rafforzamento delle principali piazze:  Shanghai e Shenzhen. A questa ipertrofia affaristica non è però corrisposto - come fanno notare molti economisti, e non solo occidentali - un consolidamento del sistema dei controlli e della trasparenza. L'estrema volatilità lo dimostra. Nell'autunno 2007 il listino di Shanghai ha raggiunto il suo massimo storico, guadagnando qualcosa come il seicento per cento, per poi lasciare sul campo in pochi mesi il settanta per cento e quindi riguadagnare il novanta per cento nel giro di soli sette mesi. Stessa cosa nel 2009:  alla battuta d'arresto ad agosto, che ha ricacciato l'indice indietro di oltre venti punti percentuali, è seguita una graduale ripresa autunnale.
Oltre al piano finanziario c'è quello dell'economia reale. La Cina continua a essere una società segnata da profonde differenze di reddito tra la città e la campagna, tra est e ovest, tra fascia costiera e regioni interne. Le statistiche fornite dal Governo mostrano come il processo di modernizzazione, pur salvando dalla miseria quattrocento milioni di persone, abbia creato due Cine. Nel 2009 il reddito annuo pro capite dei residenti nelle città è stato pari a 17.175 yuan (circa 2.500 dollari) contro i 5.153 yuan (750 dollari) dei residenti nelle aree rurali e montagnose. C'è dunque una Cina ricca, composta da una classe media emergente, che lavora e ha una vita dignitosa (12.000 dollari l'anno il reddito pro capite), e dalla classe di quei cittadini, molto più ricchi, che hanno saputo sfruttare l'onda della modernizzazione. C'è poi la Cina povera, quella dei contadini e dei pastori che vivono nelle campagne e in montagna con meno di un dollaro al giorno. Il problema è che questa seconda Cina è quella più numerosa, due terzi della popolazione. Anche per questo uno dei punti allo studio dell'Assemblea Nazionale sarà la riforma dell'hukou, il certificato di residenza introdotto ai tempi di Mao per limitare la mobilità interna. Dal 1958 ai milioni di lavoratori che ogni anno abbandonano la campagna e si riversano nei grandi nuclei urbani non sono riconosciuti pari diritti nei servizi pubblici (dall'istruzione alla sanità). Un'anomalia che Wen Jiabao si è impegnato a ridurre  "in  modo  pianificato  e  graduale".
La crisi globale ha fatto emergere un dato:  le regole della finanza mondiale non possono essere riscritte senza tenere conto della Cina. Resta da capire dove voglia andare Pechino, verso quale tipo di sviluppo, e se ci voglia andare da sola, accogliendo l'ipotesi della "Chimerica" - il duopolio con gli Stati Uniti - e di un dialogo più aperto con le ex potenze occidentali o imboccando la strada della fuga solitaria. Le due possibilità sono entrambe alla portata del Paese. Molto dipenderà dal modo in cui il Governo saprà dare risposte efficienti al problema della ridistribuzione della ricchezza e del welfare state. Una riforma pensionistica e previdenziale di vasta portata potrebbe - secondo gli esperti - incrementare il reddito delle fasce più deboli e stimolare i consumi. Ma la Cina più ricca, quella dei grandi e dei piccoli patrimoni privati, accetterà di contribuire e di rallentare la corsa per riequilibrare lo sviluppo? Saprà il Governo convincere i cittadini che nella roulette del progresso si punta tutti insieme?



(©L'Osservatore Romano 12 marzo 2010)
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