Il Club di Parigi ha cancellato il debito afghano

Kabul
senza più alibi


di Gabriele Nicolò

Parte dall'estero la ricostruzione economica dell'Afghanistan. Con la decisione del Club di Parigi di cancellare l'intero debito di Kabul con gli Stati membri (in tutto 1.026 miliardi di dollari), il Paese può ora guardare con maggiore fiducia alla possibilità di avviare un processo di sviluppo che contribuisca a ridurre la povertà. Kabul ha sempre sostenuto che senza la spada di Damocle del debito estero, potrebbe gestire meglio la propria situazione economica:  ora che quella spada non incombe più, il Governo è chiamato a una prova di coerenza e di responsabilità. Ma la compagine governativa è ancora da definire. Dopo la riconferma per il secondo mandato, il presidente Karzai per due volte si è visto respingere dal Parlamento parte della lista dei ministri. Nessuna riforma appare dunque possibile fino a quando un Esecutivo al completo non sarà in grado di operare. Sempre che poi, una volta costituito, il Governo sappia dimostrare trasparenza, combattendo la corruzione. La misura adottata dal Club di Parigi è stata salutata con favore dagli Stati Uniti. "Una decisione che aiuterà l'Afghanistan a intraprendere la strada della sostenibilità economica" ha dichiarato il dipartimento al Tesoro americano. Ma Washington sa bene che questa è solo una tessera del complesso mosaico afghano. È la sconfitta dei talebani, infatti, a rappresentare la chiave di volta per il futuro del Paese. Da tempo la comunità internazionale sta discutendo dell'opportunità di avviare un dialogo con i talebani moderati. Karzai si è spinto oltre, pensando di coinvolgere anche gli estremisti. L'Occidente, su questo punto, è irremovibile. Come ha ribadito il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini durante un incontro alla Farnesina con giornalisti afghani "il processo di riconciliazione non deve essere per tutti, ma solo per chi avrà abbandonato la violenza e deciso di collaborare con le istituzioni". Secondo il titolare della Farnesina, bisogna tendere la mano soprattutto a quei giovani che, dopo aver perso il lavoro, si sono uniti ai talebani solo perché questi "sono in grado di pagare uno stipendio". E in questo contesto s'inserisce l'impegno dell'Italia:  dal 2002 a oggi, nel campo della ricostruzione economica e civile, tale impegno ha superato i 470 milioni di euro. Se la ricostruzione economica del Paese sembra poter partire dall'estero, anche la stabilità politica interna può trarre benefici da quanto si è in grado di costruire fuori dai confini afghani. È fondamentale infatti alimentare una visione regionale della crisi afghana. La stabilizzazione del territorio passa anche attraverso il Pakistan e la sua lotta contro gli estremisti:  e passa anche per l'Iran. Bisognerebbe puntare sulla "profonda ostilità fra i talebani e Teheran" sostiene il ministro Frattini, come pure sulla questione del traffico di droga dall'Afghanistan verso la Repubblica islamica.



(©L'Osservatore Romano 19 marzo 2010)
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