Netanyahu, gli insediamenti e i progetti di Obama

Per Israele
il momento delle scelte


di Luca M. Possati

Givat Shapira, Talpiot Mizrah, Ghilo, Neve Yaakov, Ramot Allon, Ramat Shlomo e Har Homa sono alcuni dei quartieri dove si trovano i maggiori insediamenti ebraici nella parte orientale di Gerusalemme. Costruiti a partire dal 1968, vi risiedono oltre 200.000 israeliani. Queste abitazioni sono il punto cruciale delle attuali tensioni tra Israele e Stati Uniti. Obama chiede uno stop immediato di tutti i progetti edilizi a Gerusalemme e in Cisgiordania per raggiungere la pace entro 24 mesi. L'Autorità palestinese si prepara a proclamare unilateralmente la nascita di uno Stato autonomo. Israele continua a costruire e insiste:  Gerusalemme non è territorio negoziabile. E solo tre giorni fa sono stati approvati altri venti nuovi alloggi ebraici nel quartiere di Sheick Jarra a nord della Città Vecchia.
Benjamin Netanyahu si trova adesso a dover sbrogliare una matassa molto complicata. Da una parte, deve confrontarsi con il pressing di un presidente americano politicamente molto più forte di prima grazie all'approvazione della riforma sanitaria. In linea con il Quartetto, Obama vuole raggiungere un accordo definitivo su tutti i punti del contenzioso:  insediamenti, frontiere, sicurezza, rifugiati, risorse idriche. E in vista delle elezioni del mid-term non è escluso che l'Amministrazione decida di spingere l'acceleratore dei negoziati indiretti per ottenere risultati concreti anche in politica estera. Dall'altra, il leader del Likud è sostenuto da un Governo molto sensibile alle necessità dei coloni. Netanyahu non può ignorare le richieste del suo ministro degli Interni e vice premier, Eli Yishai, capo del partito ultraortodosso ashkenazita Shas. Yishai stesso ha attaccato duramente il presidente americano, accusandolo di ipocrisia:  "Il Governo statunitense sta dando ad Abu Mazen la scusa per non tornare al tavolo dei negoziati". Sulla stessa posizione, il ministro degli Esteri e vice premier, Avigdor Lieberman, massimo esponente del partito di destra Yisrael Beitenu, terza forza della Knesset. Per Lieberman nuovi negoziati non ci saranno fino a quando i palestinesi non modificheranno le loro richieste. "Gli Stati Uniti - ha detto - non riconoscono gli sforzi di Israele per la pace". L'atteggiamento di Netanyahu nei confronti delle richieste americane ha dunque anche un significato politico:  compattare il Governo, nonostante le critiche dei laburisti e di parti dell'establishment militare preoccupate che le divergenze su Gerusalemme e sui colloqui possano indebolire la posizione israeliana in rapporto ad altri pericoli come Hamas o Hezbollah.
Ma a imbrogliare ancor di più la matassa nelle mani del premier israeliano è il rapporto con l'Unione europea. E questo non solo per le critiche dell'Alto rappresentante di Bruxelles per la politica estera e di sicurezza, Catherine Ashton. Il capo della diplomazia britannica, David Miliband, ha provveduto a espellere un diplomatico israeliano e non ha usato mezzi termini per attaccare il Mossad sul caso dell'assassinio dell'esponente di Hamas, Mahmoud Al Mabhouh, avvenuto lo scorso 20 gennaio nel Dubai. Londra accusa Israele di aver falsificato per l'operazione 12 passaporti britannici:  "Un alleato che usa in modo fraudolento il passaporto di un altro alleato è qualcosa d'inammissibile". Israele continua a negare qualsiasi coinvolgimento nella vicenda. Ma il caso - dicono gli analisti - non può non far tornare alla mente un altro episodio, risalente al 1997:  il tentato assassinio di Kaled Meshaal, leader dell'Ufficio politico di Hamas. Dieci agenti israeliani con passaporti canadesi entrarono in Giordania, fecero irruzione nell'abitazione di Meshaal e gli iniettarono un veleno mortale. Le autorità giordane scoprirono l'attentato, arrestarono alcuni agenti e chiesero a Netanyahu, allora premier, di procurare l'antidoto per salvare la vita di Meshaal, che infatti riuscì a salvarsi.
È ancora troppo presto per capire quali saranno i futuri sviluppi. Il perdurare dello stallo dei negoziati potrebbe avere diversi effetti. Sul fronte palestinese, il ricompattamento di Hamas e Al Fatah o l'inasprimento dei radicalismi da parte di gruppi minori. Resta comunque altissima la tensione nella Striscia di Gaza:  solo due giorni fa i carri armati israeliani col supporto dell'aviazione hanno fatto irruzione nel territorio sparando in risposta al fuoco palestinese.
Per sbloccare la situazione Netanyahu potrebbe promettere agli Stati Uniti un congelamento degli insediamenti più consistente di quello attuale allo scopo di ottenere in cambio un nuovo impegno di Obama sul dossier nucleare iraniano e in materia di sicurezza. Nell'intervento al congresso dell'Aipac, la maggiore lobby ebraica statunitense, il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha evocato la questione:  "Il nostro scopo non sono sanzioni progressive, ma sanzioni che mordano". E mentre gli occhi del mondo erano puntati sul vertice alla Casa Bianca tra Obama e Netanyahu, a Washington si trovava anche il ministro della Difesa israeliano, il laburista Ehud Barak, che ha concluso alcuni accordi commerciali con il Pentagono per la fornitura di tre aerei da trasporto. Barak avrebbe voluto chiedere anche nuovi caccia per l'aviazione. Tuttavia, per il momento l'intesa sembra slittata.



(©L'Osservatore Romano 29-30 marzo 2010)
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