Per recuperare la produttività

Il tempo della formica


di Ettore Gotti Tedeschi

La produttività in Europa declina incessantemente dal 1950. Il dato emerge dagli ultimi studi compiuti da organismi quali il Conference Board, il Censis Bureau degli Stati Uniti e l'Eurostat. La scarsa produttività è un grosso problema in un mondo globalizzato, dove si deve competere con Paesi come gli Stati Uniti, magari in difficoltà, ma certamente più produttivi e molto tecnologizzati. E rischia di essere negativo anche il confronto con i Paesi emergenti - tecnologizzati e molto aggressivi - dove i lavoratori sono meno tutelati che in Europa.
Sono tante le lezioni da apprendere alla svelta, perché questa differenza si situa in un contesto di crisi economica mondiale che in Europa ha generato una forte percentuale di capacità produttiva inutilizzata (20-25 per cento) con un conseguente alto tasso di disoccupazione (10 per cento circa) e con una considerevole presenza di immigrati (10 per cento della popolazione). Per uscire dalla crisi gli europei dovrebbero quindi crescere nella produttività (almeno del 15 per cento) e nell'efficienza. Visto che a causa del crollo demografico la popolazione europea è inesorabilmente invecchiata, sembra oggi necessario fare lavorare anche gli anziani, oltre che rendere flessibile il lavoro.
Forse così si potrebbe colmare il divario con gli altri Paesi. Non tanto con quelli asiatici che sembrano irraggiungibili, ma almeno con gli Stati Uniti, che globalmente hanno una produttività superiore di circa il 30 per cento rispetto all'Europa. Per riuscirvi sarebbe però necessario aumentare le ore lavorative settimanali e le settimane lavorative dell'anno. Negli Stati Uniti si lavora 45 settimane contro le 42 in Europa. Sempre negli Stati Uniti si lavora 42 ore a settimana, mentre in Europa 41. Il ricorso al part-time nel vecchio continente è del 50 per cento maggiore rispetto all'America. Per raggiungere lo stesso livello di produttività statunitense gli europei dovrebbero lavorare circa 170 ore in più. Ma sarebbero sempre molto lontani dai Paesi emergenti.
Ma c'è un altro fattore che negli Stati Uniti crea oggi condizioni migliori per lo sviluppo reale:  gli americani hanno infatti ripreso a fare figli (2,5 a coppia contro l'1,5 europeo). Lo svantaggio di produttività in Europa è in fondo dovuto a due elementi correlati al crollo delle nascite:  il modello di welfare non più sostenibile a causa del deficit di crescita e la delocalizzazione produttiva che ha accelerato lo sviluppo economico dei Paesi asiatici. La delocalizzazione venne a suo tempo considerata necessaria proprio per compensare la scarsa crescita economica conseguente alla crisi demografica. Sono stati trasferiti capitali, idee, risorse - accelerando lo sviluppo di quei Paesi - per produrre beni da importare a bassi costi. Ma è mancata la capacità di progettare strategicamente uno sviluppo sostenibile.
In Europa la ricreazione sembra adesso finita, e si deve pensare a come rendere produttivi tanti settori economici, non solo il manifatturiero, ma anche quelli dei servizi, della distribuzione, della sanità, dell'educazione. Per farlo senza generare ulteriori scompensi bisognerà conciliare l'esigenza di sostenere le nascite con il lavoro femminile, sarà importante favorire i guadagni necessari per formare le famiglie e creare posti di lavoro stabili per dare loro certezze. Non sarà facile, ma questo è il costo di tanti anni vissuti come cicale, consumando egoisticamente senza dare il giusto peso - anche economico - ai valori della vita e della famiglia. Ora è giunto il tempo della formica.



(©L'Osservatore Romano 22 aprile 2010)
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